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giovedì 28 novembre 2013

QUANDO I BAMBINI FANNO OH (senticheppuzzascappanoancheicani...)


Quando i bambini fanno "oh". Che meraviglia. Me le sono sognate stanotte, le creature juventine. Sarà che son stato a Torino 'sti giorni, affogando nell'invidia per una vivibilità sociale che da noi, in una Napoli allegramente moribonda, continuano a spacciare per tristezza. Me li sono sognati tutti, dicevo, i tifosi juniores che domenica riempiranno le curve squalificate per il razzismo dei loro genitori. Quelli buoni in quanto bimbi, pronti a supplire per definizione il vuoto lasciato dagli animi corrotti degli adulti. Ne ho ascoltato l'eco, le voci bianche (e nere) che d'un tratto a partita iniziata cominciano a cantarcela, a tutti: "Napoli colera, siete la vergogna dell'Italia intera". Minori impuniti, impunibili in quanto minori. Magari per iniziativa dei cattivi maestri, emigranti del sud, che prendono la palla al balzo (su cross della Figc, assist di Tuttosport) e catechizzano i teneri virgulti: "Guagliù, domenica li prendiamo tutti per il culo". Perché va bene tutto, ma i bambini non si toccano, tantomeno si azzardi il marketing della nuova retorica pallonara. Sì, quella che prima ha provato (con grandi mezzi mediatici) a far passare la traduzione di "colerosi" in sfottó tagliato a sottili strisce di ironia. E che poi, a squalifica implacabile, ha provato a sintetizzare la merda nel laboratorio posticcio del potere. Riuscendoci alla perfezione, anche grazie alla sponda del napoletano puzzolente (lui sì) che si copre della merda di cui sopra con la grazia del coglione professionista.
Ebbene, un solo grido un solo allarme: in curva ci sono i bambini, e i bambini cantano la discriminazione territoriale come i grandi. I have a fucking dream.
Pensa che bello. Migliaia di bambini ribelli, che urlano la sconfessione della ribollita morale. Un coro con effetto ribalta. Mica la finta ironia dei "nostri" ultras che replicarono anche in curva B i canti del razzismo autoinflitto. Mica quel maldestro tentativo di coprire il sudiciume di interessi "mafiosi" con la storia del libero tifo in libero stadio. La chiusura del cerchio sarebbe, altroché. Perché dopo i bambini non c'é più nulla. Armi finite, maschere a terra, mani in alto, ognuno a fare i conti con le proprie vergogne. C'è, al massimo, l'utopia di una società illuminata che rinneghi i suoi stessi tifosi, e che paghi le loro colpe dicendolo forte e chiaro: gente che canta robe così fa schifo. Chiudendo la sua curva di sua spontanea volontà, senza imposizioni dall'alto. Magari sol perché quella curva si chiama "Scirea". Per rispetto. Un sogno, appunto.

venerdì 7 dicembre 2012

CENTOMILA EURO PER 99 ANNI DI PARCHEGGIO (MA COMM' SI' STRUNZ)

A Napoli si sa, lo sanno pure in Anatolia, c'è il traffico. E il parcheggio migliore, spesso, consiste nel far brillare la propria auto con una pratica carica di C4. E si sa, ma si sa un po' meno, che a Napoli i mezzi pubblici sono in via di estinzione: autobus tagliati, metro con corse ogni 20 minuti, Circumvesuviana moribonda. Quello che forse non si sa è che sono in costruzione da anni, da un sacco di anni, sopratutto nella zona collinare, dei parcheggi sotterranei. Ma non posti pubblici, attenzione. Non spazi da riempire per svuotare le triple file che bloccano il traffico, no. Box da vendere ai privati. Insomma posti auto solo per chi se li può permettere. Per questa cosa si è bucato il sottosuolo-gruviera di una città che si sfarina ogni volta che piove, che se ne cade molle al primo acquazzone, condannando alcuni quartieri a lustri di cantieri e caos annesso. E questa cosa, di per sé allucinante, mi dà la possibilità di allargare il ragionamento. Dunque...
Un box di questi è così piccolo che se c'hai il suv non c'entra, letteralmente. Costa in media dai 70.000 ai 100.000 euro. E non è che poi lo puoi lasciare in eredità a figli e nipoti. No: è tuo per 99 anni. Poi? Ti fotti, anzi si fottono i tuoi eredi, che poi senti le bestemmie.
E se li comprano, eh. Non vanno a ruba, ma quasi.
Perché?
E' questa la domanda.
Cosa stai comprando?
Se compri un box per tenere la tua auto al sicuro dai ladri, beh... è follia: quante macchine da 20.000 euro assicurate per il furto ti devono rubare per arrivare a 100.000 euro di danni? Ci hai mai pensato?
Ma la verità, lo sai, è che compri un box per dare un tetto alla tua auto. Per evitare di girare 3 ore ogni sera quando torni stanco dal lavoro e non trovi un posto nemmeno a pagarlo oro, tanto che poi ti convinci che pagarlo oro è, appunto, l'unica via.
Ancora meglio: paghi 100.000 euro per avere la possibilità di parcheggiare un'auto che di per sé ti costa altri 1.000 euro l'anno di assicurazione obbligatoria, e poi la manutenzione, e poi la benzina, e poi... E questo perché vivi in una città che ti assicura i costi della vita di una grande metropoli europea e la qualità di vita di un sobborgo pakistano.
Forse non lo sai, oppure lo sai e fai finta di non saperlo, oppure sei un cazzo di masochista e allora vafancul, ma: con 100.000 euro, in una qualsiasi anonima frazione di provincia italiana, ti compri una casetta vera, di quelle in cui vivono gli esseri umani, dico, hai presente? In quei posti dove magari per girare puoi usare la bicicletta, e il parcheggio, beh, è gratis.
Ecco, pensaci, Mario. E pensa a comm' si' strunz a vivere ancora a Napoli. Pure se Erri De Luca dice che ci sta la pizza che suona il mandolino cantando ca pummarola ncopp'. Eh.

mercoledì 28 novembre 2012

E' FACILE A FARE IL NAPOLETANO COI CLICHE' DEGLI ALTRI

Dopo aver appreso che Napoli è ultima penultima (dopo Taranto) in Italia per la qualità della vita secondo la classifica del Sole 24 Ore, Erri De Luca ha scritto ciò:

"Ignoro i criteri di valutazione ma dubito che siano adeguati allo scopo. C’è qualità di vita in una città che vive anche di notte, con bar, negozi, locali aperti e frequentati, a differenza di molte città che alle nove di sera sono deserte senza coprifuoco. Considero qualità della v ita poter mangiare ovunque cose squisite e semplici a prezzi bassi, che altrove sarebbero irreali. Considero qualità della vita il mare che si aggira nella stanza del golfo tra Capri, Sorrento e Posillipo. Considero qualità della vita il vento che spazza il golfo dai quattro punti cardinali e fa l’aria leggera. Considero qualità della vita l’eccellenza del caffè napoletano e della pizza. Considero qualità di vita la cortesia e il sorriso entrando in un negozio, la musica per strada. Considero qualità della vita la storia che affiora dappertutto. Considero qualità della vita la geografia che consola a prima vista, e considero qualità della vita l’ironia diffusa che permette di accogliere queste graduatorie con un “Ma faciteme ‘o piacere”.


Erri De Luca, per la cronaca, vive a Roma...

venerdì 26 ottobre 2012

UN MINUTO DI SILENZIO PER UN MINUTO DI SILENZIO



Zitti. Tutti zitti. Ora, non domenica sera. Facciamo un minuto di silenzio per la morte della dignità, e facciamoci la croce una volta di più: viviamo in un posto che deroga al pallone l’elaborazione del lutto nazionale. Lino Romano, ucciso dalla camorra perché aveva l’auto sbagliata nel quartiere sbagliato, finisce così: nel ricordo dello stadio San Paolo, 60 secondi prima di Napoli-Chievo, tra “Borghetti chi beve”, una canna, e un po’ di cori contro la Juve. Muore una seconda volta nella formula più pelosa della retorica italiana: il silenzio che si trasforma in applauso, come ai funerali, con il rispetto ignorante di chi crede che il silenzio sia troppo poco quando invece è tutto. Muore ancora di più, perché affidiamo lo sdegno agli abitanti del San Paolo, che - con tutti i dovuti distinguo del caso – ospita un sacco di brava gente, ma anche il più puzzolente percolato della città, in una situazione perfettamente descritta da questo pezzo di Massimiliano Gallo.
Ormai il minuto di silenzio vale come metro dell’insolvenza morale: si gioca alle 15:01 quasi tutte le domeniche per i più svariati lutti: i militari caduti in azione, tipo una volta ogni tre mesi, l’atleta morto sul campo (salvo poi offenderne la memoria un annetto dopo, sempre allo stadio), il giornalista che stava simpatico a tutti, terremoti e calamità naturali in genere, nel ricordo dell’allenatore, del massaggiatore, del dirigente, della mamma del dirigente. E poi c’è il tifoso, ucciso da una città, da un Paese criminale, e omaggiato da chi di quel sistema fa parte. Ma attenzione: la qualifica di tifoso è gerarchicamente superiore a tutto, se sei un camorrista tifoso sei solo un tifoso, che va allo stadio ad omaggiare la vittima-tifoso, che è solo un tifoso, figurarsi una sua vittima. E’ un’occasione di grazia morale deflagrante, che innesca per un attimo il sentimento dell’umana pietà ma poi, un minuto dopo, lo spenge del tutto, lo digerisce come passato è passato eccetera eccetera. La digestione indigesta di un dramma assurdo. Che è finito in prima pagina di un quotidiano nazionale solo perché ce l’ha portato Roberto Saviano. Per caso, insomma. Ma abbandonare la morte di Lino Romano sul campo di un gioco, ne fa un gioco a sua volta: troppo facile lasciarlo andar via così. Non vale, non è giusto. Mi fa schifo.

martedì 23 ottobre 2012

L'INDIMENTICABILE STORIA DIMENTICATA DI VIRGILIO MOTTA



Questa è la storia di Virgilio Motta, tifoso dell'Inter. Un tifoso strano, che faceva parte di un gruppo sì, ma di un gruppo che si chiamava "Banda Bagaj" (Banda bambini, in dialetto milanese) nato per portare anche i piccoli allo stadio. Un tifoso strano, un tifoso normale, se ci passate l’ossimoro. Un tifoso aggredito come un ultrà, che in quell'aggressione ci perde un occhio, che per quell'occhio avrebbe dovuto ricevere 140.000 euro di "danni", che quei soldi non li ha mai avuti. Un tifoso strano, che non è morto di calcio: è stato suicidato.
Sì, questa è la storia di Virgilio Motta, che il 24 maggio scorso s'è ucciso per colpa di questo Paese. “Anche” di questo Paese, va bene? Così mettiamo in conto le ovvie giustificazioni a latere. Quella di Virgilio Motta è una storia perché è un esempio perfetto di come funzionano le cose, nei giorni della puzza napoletana sdoganata sul servizio pubblico, o dei cori contro un ragazzo morto sanzionati con uno scappellotto.  Qui le cose non cambiano mai. E questa storia è un monumento alla merda stratificata nell'immobilità.
Virgilio Motta, padre di una bimba, è al Meazza per assistere al derby milanese del 15 febbraio 2009. Un gruppo di ultras milanisti cala dal secondo al primo anello per punire un gruppetto di interisti che hanno osato strappare uno striscione. Motta finisce per caso in mezzo alla rissa. Gli arriva un pugno che gli spappola un occhio.
Il 17 luglio 2009 il giudice Alberto Nosenzo condanna a pene comprese tra sei mesi di reclusione e quattro anni e mezzo di carcere sei ultras milanisti accusati, a vario titolo, di rissa aggravata e lesioni. Luca Lucci, uno dei capi storici della curva Sud, viene riconosciuto colpevole di aver sferrato il pugno. A Motta viene riconosciuta invece una provvisionale di 140 mila euro a carico dei condannati "da versare in solido". La moglie di Lucci alla sentenza urla a Motta che "i 140 mila euro te li devi spendere tutti in medicinali, maledetto infame".
Ma in Italia funziona così, la giustizia: i condannati, semplicemente, non pagano perché quei "poveretti" risultano nullatenenti. E Motta non se li può spendere nemmeno in medicine quei soldi, come pure avrebbe voluto fare. Accetta suo malgrado persino una sorta di pagamento rateale: niente. Entra in depressione, piano piano. Spesso funziona così. In silenzio. Pur andando allo stadio, ancora. Senza bambini però. I bambini no. Tre anni dura. Poi, il 24 maggio, la fa finita. Il suo legale, l'avvocato Consuelo Bosisio, dice che "le sue condizioni psicologiche sono peggiorate perché gli imputati condannati per quegli scontri non gli hanno versato i 140 mila euro che gli dovevano come risarcimento e con i quali lui voleva andare a farsi curare all'estero”.
Ma sono parole a posteriori. E l'Italia è un posto che campa solo a posteriori. E non impara mai. Per dire: il 20 settembre i capi della curva Sud del Milan vengono ricevuti a Milanello per il “solito” faccia a faccia minaccioso con i giocatori, rito che usa un po' ovunque quando le cose vanno male e le società abbassano lo sguardo di fronte alle pretese violente dei tifosi. Ecco, a Milanello c'era anche Luca Lucci, il capotifoso nullatenente che tolse l'occhio ad un padre, allo stadio. Libero, Luca Lucci.
Facciamo finta che no, i cori allo stadio di Torino e di Verona non c'entrano niente con questa triste storia. E invece è proprio lo stesso fottuto campo da gioco. Ci sta bene tutto, sempre di più. Accettiamo che non ci siano più regole morali né giustizia. Che la stratificazione dell’impotenza azzeri la memoria e disinneschi tutto. Che senza muri, senza limiti, si campi meglio. E invece si campa male. A volte i più deboli non ci campano affatto.
Perciò è morto Virgilio Motta, tifoso x  di una squadra x, che andava allo stadio con i bambini.

venerdì 25 maggio 2012

VITTIME DEL VITTIMISMO

Stamattina mi sono svegliato e mi son buttato sotto la doccia. Ché allo stadio sono maniaci dell’igiene personale, ed è bruttino quando migliaia di persone ti invitano gentilmente ad usare il sapone. Poi, fischiettando, ho messo su l’ultimo cd di Arisa, e ho cantato a squarciagola, con la mano sul petto e l’altra sull’ugola, per gorgheggiare a tono.
Ho immediatamente controllato i miei carichi pendenti, perché ogni volta che torno dalla partita mi sorge il dubbio: ma vuoi vedere che son camorrista e non me ne sono accorto? Poi ho chiamato l’istituto di vulcanologia, per le previsioni del meteo: hai visto mai che piova lava proprio oggi che ho fatto il bucato. Ho fatto il carico di Ciappi al supermarket e ho radunato i randagi del rione per una bella rimpatriata, e ve lo dico: i cani non scappano mica, sono degli amiconi. Anzi passo a salutare Gimbo, al canile, che tanto è di strada per l’ospedale.
Ah, non ve l’ho detto? Domenica sera, alla tv, su Rai Uno ho sentito un coro lontano che ha risvegliato la mia ipocondria: Napoli colera. Il colera? Ma davvero? Ma non era debellato? Ma no – m’ha detto mia moglie – è solo il tifo. Uddio, il tifo! Ma io c’avevo il vaccino… Insomma un controllino non fa mai male, e quindi eccomi qua: tuttapposto. Nonostante le tonnellate di munnezza invisibile, che prima o poi mi prenderanno per pazzo: la vedo solo io, ammassata negli anfratti del tappeto cittadino, nascosta per ribadire che il problema non c’è più, semmai c’è stato. Per contrabbandare un’immagine che conta più della sostanza. E conta difenderla, l’immagine, dagli attacchi di chi ci isola, noi partenopei.
E questo è il punto. Sono giorni che scartavetro i maroni giù al Comune perché ricontrollino i dati della carta d’identità: c’è scritto italiano. E mi assicurano che non è un refuso: Napoli è davvero in Italia, checché ne dicano i napoletani. Non in Africa, come dicono i tifosi della Juve, del Milan, dell’Inter… E non è nemmeno un’isola, pensa un po’. Anche se noi ce la cantiamo in falsetto: siamo noi, e basta. Unici, isolati, partenopei. Ci piace così, ce ne facciamo un vanto, coviamo l’ambizione che sia una realtà impostaci da altri, consegnataci da una storia che ci vede sempre nel ruolo di vittime. Ce ne lamentiamo, ma se ci accusano di vittimismo ci offendiamo.
Godiamo come ricci se vinciamo la Coppa Italia, ma ci neghiamo l’appartenenza all’Italia. Incolpiamo, ma non è mai colpa nostra. Viviamo per reazione, come se non agissimo mai, noi. Cittadini di un luogo comune sovraffollato. Ve ne rendete conto o no?
Ci facciamo metaforicamente la doccia quando ci urlano che “col sapone non ci siamo mai lavati”, e ci sporchiamo ancora, di più, quando rispondiamo. Incapaci, così facendo, di sentirci superiori, di non abbassarci ad un livello che pareggia tutto nella mediocrità. Incaponendoci a difendere i mandolini e le cartoline, tradendo Napoli, i napoletani, e i partenopei che se ne fottono delle etichette e che dimostrano la loro grandezza ogni giorno in silenzio. Che mostrano rispetto e non lo pretendono, e per questo lo ottengono.

lunedì 21 maggio 2012

LA NOTTE IN CUI CI SIAMO SCOPERTI MENO TIFOSI (IO E ILARIA)

Con Ilaria Puglia ci siamo sentiti dopo la vittoria del Napoli in Coppa Italia. E ci siamo sentiti vicini, e lontanissimi da una città ubriaca di festa. E quindi abbiamo scritto questa cosa a quattro mani, sul Napolista (e un po' anche qui):

IO – La notte in cui mi sono scoperto meno tifoso era cominciata bene: amici indivanati, pappatoria pronta, bimbi autorizzati a distruggere il resto della magione ma alla larga dalla tv. Ché c’era “la” finale. E se virgoletto “la” è perché intendo “l’unica finale” del Napoli, non “la grande  finale” del Napoli. E non è proprio la stessa cosa. Di questa mia intima teoria m’ero dovuto vergognare già nei giorni addietro, perché l’atarassia mal s’addiceva alla volata ad un evento paranormale del terzo tipo: il primo tipo, lo scudetto, il Napoli l’aveva snobbato per inseguire le vane glorie del secondo tipo, la Champions. E paranormale pure perché non ci trovo niente di normale, io, nell’approcciarsi alla Coppa Italia come al Mondiale e nel festeggiare, poi, la vittoria come se non ci fosse un domani.
ILARIA – La notte in cui mi sono scoperta meno tifosa era cominciata bene: puntuali davanti alla tv nonostante il weekend passato al mare. Valigie vuote, tutto in ordine, si poteva stare a impazzire sul divano nella battaglia per un trofeo. Eppure mi alzavo di continuo, addirittura lavavo i bambini durante il primo tempo, perdendomi dieci minuti di partita. Ché non riuscivo a considerare come un trofeo ma solo come una coppetta, riabilitata da qualche anno dall’accesso diretto all’Europa minore. Di questo mio pensiero mi ero dovuta vergognare già nei giorni addietro, perché non provavo neppure un fremito al pensiero del 20 maggio, anzi, questa data mi era anche venuta un po’ a noia, sembrando il mondo doversi fermare proprio quella domenica. Insomma, era tutto diverso dal solito, a partire dallo stato d’animo: al fischio di inizio pensai solo “stasera è diverso perché assisto, non gioco”.
IO - Ecco qua: mentre lo scrivo me ne vergogno, quasi in modalità psicoterapeutica. Che qualcuno mi salvi da questo nulla, per carità. La mia maschera è caduta miseramente mentre l’euforia generale montava al gol di Cavani, mentre mi grandinavano addosso da Twitter le gioie “virtuali” della feroce realtà: stavamo vincendo un trofeo. Ho avvertito la stessa sensazione di nulla, come se, dal momento che si trattava di un trofeo, nella mestizia di una attesa durata 25 anni, allora l’etichetta imponeva d’arraparsi come un adolescente davanti alla sua prima volta, e io semplicemente non ce la facevo.
ILARIA – Vorrei stendermi sul lettino di uno psicologo. Parlare del dolore per aver perso una Champions, di quel dolore che ho ricacciato dentro e che ieri è esploso di prepotenza. Perché questo è: io guardavo la finale di Coppa Italia e pensavo a Drogba che il giorno prima aveva alzato la Coppa dei Campioni. E provavo un’invidia folle, maledetta. E poi c’è l’aria asfittica, quella che si respira oggi. L’ha ufficializzata De Laurentiis: la prima vittoria della rinascita. Prima niente, è il passato, roba vecchia, emozioni smontate dalla storia. Cioè, io non so più chi sono: l’ho vissuto tutto quello che c’è stato prima, oppure no? Tutti respirano e io soffoco.
IO – Ecco come mi sento, oggi. Le ambizioni sono il sale dello sport, la misura delle cose impreziosisce l’esaltazione dei risultati. Non puoi trattare la Coppa Italia come la Champions, non è sano. Ma forse sono io a non essere sano. Non è sano, da parte mia, covare ancora risentimento per le occasioni sfumate, per quell’eliminazione buttata col Chelsea, per quel terzo posto che ci hanno regalato mille volte e che mille volte noi abbiamo girato ad altri. Ecco, il terzo posto l’avrei festeggiato di più, perché avrebbe significato un futuro prossimo di emozioni, altre notti da grandi del pallone, e non una “coppetta” consolatoria che ci introduce all’Europa minore, l’anno prossimo.
ILARIA – E quando la città intera, sull’1-0, aveva già cominciato a fare fuoco, io ero lì, imbambolata nel minimo sindacale della goduria: manco stessimo battendo un Chievo nel mezzo della stagione, contenti sì, ma insomma… Al raddoppio di Hamsik, mentre il Martire prendeva a calci il pallone in salotto dalla felicità, mentre persino i bambini si univano a noi nelle loro lacrimevoli proteste per la troppa confusione, ero già in un’altra dimensione: un posto brutto, orribile, in cui reputi tutto esagerato, fuori luogo, e al contempo ti senti tu fuori luogo, decontestualizzata, colpevole di essere tifosa ma non abbastanza tifosa, magari nemmeno tifosa per davvero.
IO – Affacciarmi al balcone e guardare con condiscendenza quei corpi spogliati nei caroselli notturni, ripetendomi: è la Coppa Italia guagliù, è solo la Coppa Italia e cogliendo l’immensità di tutto quel vuoto, perché a pensarla così ero solo io. Abbiamo battuto la Juve sì, ma quella già satolla di scudetto. Contento più per l’espulsione di Quagliarella (chiusura del cerchio, afammoc) che per tutto il resto. E un po’ triste, nella felicità generale, per l’addio di Lavezzi
ILARIA – Mio marito mi ha detto che sembravo un’ameba. Contenta più per la fine dell’attesa del mondo intero per questa domenica che per tutto il resto. E un po’ triste, nella felicità generale, perché commossa dalle lacrime di Lavezzi. Marco aveva gli occhi lucidi, che non ha avuto per la Champions, io, invece, che quando pareggiammo contro il Manchester mi inginocchiai piangendo in salotto, me li sentivo riarsi, al punto da pensare di metterci dentro un paio di lacrime artificiali.
VICINI E LONTANI – Sentirci rinfacciare una sobrietà di cui i napoletani devono essere sprovvisti per definizione ci fa male. Anche se vuol dire essere esclusi da un’isteria conformista, quella delle feste tutte uguali: e i clacson fino all’alba, e i tuffi nelle fontane, e il traffico bloccato, e i fuochi d’artificio, e il pullman scoperto. Come il Barcellona. Ma anche come il Torino che torna in A. Tutti uguali. E tutti ubriachi di gioia, tutti. E noi no. Scoprirci l’altra faccia della festa. Che vive le felicità per gradazioni, che non riesce a godere per il poco come se fosse il tutto. Forse, semplicemente, siamo meno tifosi. Stamattina, per strada, sbadigliavano tutti. Noi eravamo sveglissimi. Una solitudine rumorosissima, fatta di sogni presi a calci nel sedere, di sorrisi posticci. Praticamente, un incubo. 

venerdì 18 maggio 2012

IN DIVIETO DI SOSTA. A MIA INSAPUTA

Ve la faccio breve: ieri ho parcheggiato in divieto di sosta a mia insaputa. Cioè: per miracolo avevo trovato un posto regolare, strisce bianche apposite, per la mia moto, in via San Pasquale, quartiere Chiaia, Napoli """"bene"""" con mille virgolette e mimo esplicativo a supporto. Non uno scooter, badate: una moto da 200 kg, con un bel bloccadisco cementato alla ruota. Tempo tre ore, e al mio ritorno la mia moto non c'è più. Meglio: non c'è più nemmeno il parcheggio regolare per le moto. Solo una lunga fila ordinata di auto. Moto rubata? No, semplicemente spostata di peso e posizionata a 3-4 metri sul marciapiede, col manubrio appoggiato alla saracinesca di un negozio. Scorgo il parcheggiatore abusivo che svolge il suo onesto lavoro in una zona ufficialmente "bonificata" dal Comune, e vado a chiedere spiegazioni. Prima risposta: "Nun saccio niente, io guardo le macchine, non i mezzi". Insisto. Seconda risposta: "Saranno stati quelli che dovevano parcheggiare la macchina". No. Terza risposta: "Ma pecché, se pure fosse, qual è il pobblema?". Errore mio: mi porgo male. Quarta risposta: accerchiamento di altri tre energumeni spuntati presumibilmente dalle viscere della città  per magìa, due in scooter: "Capo, dici a noi, che vuò fa'?". Vabbé, decido pavidamente che non ci voglio arrivare alla quinta risposta, per cui mi allontano e vado in cerca di una pattuglia qualsiasi. Ma sono  le 22:30, mica è facile. Allora chiamo: non risponde nessuno. Nessuno per 10 lunghissimi minuti, né i vigili urbani, né la Polizia. Rispondono i Carabinieri e mi dicono onestamente che non manderanno una pattuglia per una cosa del genere. Prendo coscienza che non perderò ulteriore tempo per presentare una denuncia per spostamento fisico di motoveicolo. E me ne torno a casa con le pive nel sacco, incazzato come un ramarro, sperando che non mi arrivi, un giorno o l'altro, anche la multa per divieto di sosta. A mia insaputa.

lunedì 2 aprile 2012

IN DIFFERITA FA ANCORA PIU' MALE

Non si può fare. Pensare che il mondo possa lasciarti un tuo fuso orario personale, fingere di viaggiare in una De Lorean col flusso canalizzatore attaccato, e tenere Juventus-Napoli fuori, sospesa nel tempo-spazio, in attesa di tornare a casa e premere play. La partita della vita in differita è un paradosso impossibile.
Quando, a cellulari spenti come su un aereo, sono entrato nella città dei fantasmi, intorno alle 22, ho sperato che quel silenzio fosse solo una sospensione della cronaca. Ho scaricato i bagagli, e ho infilato l’ipod per creare l’isola acustica. Ma il bestemmione mi ha raggiunto in ascensore, presagio di nulla di buono. Ottimismo, mi son detto: magari è un gol sbagliato, o magari sì, ha segnato la Juve, ma noi stiamo già 3-0. Stai calmo, respira: per te sono le 20:45, e ancora tutto deve cominciare.
In realtà alle 20:45 ero sulla Avezzano-Sora-Cassino, il pargolo dormiva, la moglie pure. Per un attimo, solo un attimo, c’ho pensato: la radio. No. Resisti!
Ho spostato le lancette dell’orologio un paio d’ore indietro e via. Volete sapere cos’è la paranoia? La paranoia è interpretare il lampeggio della macchina nella carreggiata opposta per un segnale indiano: hanno segnato? E chi avrà segnato? Scusi, chi ha fatto palo? Ma qui non c’è il cineforum intellettualoide di Fantozzi. Tra me e Juve-Napoli c’è solo un infinito battesimo in Abruzzo. Poi dici che uno è ateo…
Bruciati una ventina di autovelox e dopo aver probabilmente risolto il problema del debito pubblico con le milleduecento contravvenzioni che mi arriveranno da qui a qualche mese, infilo al dunque la porta di casa a partita ancora in corso.
E insomma: non-si-può-fare, lo ripeto. Perché lo “spoiler” è dappertutto. Non basta evitare la notizia, il risultato. Dovresti chiuderti in un sala insonorizzata, senza finestre, giusto una birretta. Perché io vedo l’inizio della partita e fuori nulla accade: nel palazzo, nel quartiere, nessuno esulta, nessuno fiata. Quando finisce la partita, io sono ancora sullo 0-0, e non c’è un botto, nemmeno uno. Ecco qua: ho già capito tutto dall’espressione mestamente contrita della città. Puzza, e puzza di brutto. Ma io sto là, che l’ottimismo dell’immaginazione batte pure la stanchezza. Dai, magari è un fottutissimo 0-0…
A mezzanotte e spicci però vedo Quagliarella con la maglia bianconera che segna il 3-0 e fa il figo non esultando. E sento lo Juventus Stadium cantare a squarciagola O’ surdato ‘nnammurato con accento balengo, una roba vomitevole con le vocali aperte e il “nèè” finale.
E allora ho capito: mi sono addormentato al volante. E pure questo pezzo è solo un incubo. Ora mi sveglio, eh?

giovedì 8 marzo 2012

NESSUNO. VI DEVE. NIENTE.

Lo so cosa c’è sotto sotto. C’è la vecchia storia del tifo sacrificale. Alcuni la chiamano mentalità ultras. Io la chiamo malattia mentale, e lo scrivo mettendo a verbale nome e cognome. A chi lo richiedeanche l’indirizzo. Lo sento dire in giro da anni, lo leggo ovunque: ah, quelli che seguivano il Napoli a Sora, a Lanciano… Quelli che andavano in missione, che si sobbarcavano ore e ore di macchina o di treno per andarsi a infreddolire su campi pulciosi. I volontari del Calcio Napoli: non gente che va a vedersi la partita perché tifa per il Napoli e gode nel vedersi il Napoli. Gente che ci va con lo spirito Unitalsi: ché seguire Grava in serie C o accompagnare i malati a Lourdes è la stessa roba. E abbinare il concetto di scampagnata a quello di trasferta, non si sa perché, è sacrilego. Poi, quando il fenomeno di massa diventa di massa davvero, allora rivendicano la primogenitura della passione. Quelli che ora che il Napoli è in Champions rinfacciano. Che non possono permettere che una civile fila ai botteghini (nel 2012 a questo stiamo, alla fila ai botteghini…) decida la prelazione per un posto a Londra. Loro hanno una prelazione divina: perché sono andati a Gela, a Bucarest. Ma chi ve l’ha chiesto? Se era così faticoso perché ci siete andati? Scegliere – e ribadisco: sce-glie-re – di dedicare la vita al Napoli è un sacrosanto diritto, che attiene alla personalissima lista delle priorità. Andrebbe vissuta con gioia, non con livore. E’ una passione, come vivaddio ce ne sono tante altre. E per tutte le passioni si fanno sacrifici: però quando fai la somma, alla fine i sacrifici non pesano, non li senti più. Perché ti sei divertito, hai amato quel che facevi, hai pure sofferto. Ma in quel senso buono che eleva le cose fatte col cuore a bellezza della società umana.
Voi che blaterate di orgoglio ultrà, convinti che il tifo non abbia regole, che non sia un abbraccio costante, che calpestate gli altri perché sono “tifosi occasionali”. Che vi sentite più tifosi degli altri, più degni degli altri di stare al fianco del Napoli. “Poveretti” che tifano anche per noi schifosi borghesi coi soldi in tasca (ma chi? ma quando?) per meritarsi una medaglia al valor incivile. Tutti voi, che per voi stessi – e non per il Napoli – vi appollaiate sui botteghini sputando sui diritti delle persone oneste. Sappiate che noi un posto a Londra ve lo cediamo volentieri. Perché noi con il Napoli soffriamo e ci divertiamo, perché ne siamo innamorati. Non ne siamo vittime, e nemmeno vogliamo essere carnefici. Voi non avete capito niente. E meritate di restare da soli, chiusi in una gabbia, in uno stadio senza regole, a sfogarvi per la vita di merda che avete scelto di condurre. Nessuno vi deve niente. Nessuno.

mercoledì 22 febbraio 2012

TUTTI CON LA PUBALGIA, QUELLI DEL CHELSEA...

Il Napoli ha battuto 3-1 il Chelsea. Una robetta piccola così. Con Lavezzi e Cavani, e il San Paolo che danzava a milioni di decibel... Ecco, in una notte così, sfiammata la cronaca sportiva, tocca andare a pescare le minuzie per ritrovarci in pieno la vera Italia. L'Italietta, anzi. L'avete vista tutti, a bordo campo: Eva Carneiro, medico del Chelsea. Una donna, sì. E carina, per giunta. Pensa quanto sono avanti questi inglesi: una dottoressa che tocca le muscolose gambe dei giovanotti milionari. E noi, poverini, a immaginare le peggio cose. Maliziosi da piccolo paese, senza la "p" maiuscola. Altrove una donna che fa il medico e cura dei calciatori non la notano nemmeno. Noi invece ne scriviamo persino sui giornali. Ne facciamo colore, ballerina da circo. Libero, per esempio, usa la sua sottilissima ironia per resocontare gli italiani su questa scandalosa stramberia anglosassone:
"Forse un motivo ci sarà se i giocatori del Chelsea quest'anno faticano a ingranare sia in Premier Leauge che in Champions. E quel motivo potrebbe avere un nome: Eva Carneiro, massaggiatrice dei Blues. La sexy dottoressa è balzata agli onori delle cronache durante il match di Champions tra Napoli e Chelsea quando è intervenuta prima per curare Drogba e successivamente per soccorrere Bonsingwa. (...)Chissà se dopo essere diventata una star del web non smetta i panni di massaggiatrice per iniziare una carriera nella televisione".
La dottoressa è appena diventata una caricatura da spioncino, buona per i film di Pierino. La laurea s'è accartocciata su una pagina di Libero: è nata Eva la "massaggiatrice sexy", vuoi mettere? Da noi ha la carriera assicurata in televisione. Già sentiamo l'eco dei cori allo stadio, le illazioni sottobanco, il gomitino ammiccante dei commentatori. La rivista GQ si domanda: "E' colpa sua se i blues di Villas Boas continuano a perdere?". Tocca rispondere di sì: è chiaro, come no. E' evidente. E poi via, a preparare i bagagli per lasciare il paese, quello senza "p" maiuscola.

lunedì 16 gennaio 2012

IL RIFIUTO

Ho visto la nave salpare. Avevamo tutti le dita pinzate sul naso. Via, al largo la munnezza. Pure se una lunga scia di fetore dovesse unire per sempre Napoli e Rotterdam. Ho letto il mio sindaco, Luigi De Magistris, indurre i suoi cittadini all’esultanza: “Siamo un po’ più liberi”, dice. Riuscendo così a ridurre la questione rifiuti ad un mero atto fisiologico: la defecazione comunale. Zeppi come siamo, ce ne liberiamo. E poi tiriamo il sospiro di sollievo come la catena del water, tutti più leggeri. In questa mefitica gestione del problema è riassunta tutta la trasandatezza amministrativa che ci ha portati ad essere condannati dalla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo. La nave Nordstern s’è portata via 1.800 tonnellate di deiezioni, la metà di quanto previsto per problemi burocratico-normativi. Negli stessi giorni l’allontanamento del “virtuoso” presidente di Asia Raphael Rossi è finito in Procura: i pm indagano sui subappalti e le attività dell’azienda speciale per lo smaltimento dei rifiuti, e in particolare sull’assunzione di 23 lavoratori che sarebbe alla base del dissidio tra Rossi e De Magistris. Una balla indifferenziata di schifezze assortite. Che puzza di più perché la nuova gestione doveva essere quella della “rivoluzione arancione”, degli sceriffi al potere. E invece affanniamo dietro alle solite storie, con le solite cure emergenziali. Per esempio il Consiglio dei ministri ha deciso che sarà possibile trasferire i rifiuti trattati (e ammassati) negli ‘Stir’ campani (ex impianti Cdr) fuori dalla Regione, anche senza il consenso delle Regioni interessate. Questo per evitare la multa da 516mila euro al giorno che l’Unione europea potrebbe comminare all’Italia.
Si può essere liberi davvero? Accennare un sorriso? Lasciamo stare i cavilli, e la giurisprudenza, e le manfrine da piccola politica locale. Qui il problema è un altro: è una città che differenzia per quartieri, ma che poi vede marcire i mobili in strada perché nessuno (seppur avvertito con regolare procedura) passa a ritirarli. Che si sforza di raccogliere la carta, e la plastica e l’umido, per poi ritrovarsi a passeggiare tra i sacchetti monocolore aspettando che qualcuno spazzi via il sistema barbaro di raccolta. Che, sommate tutte le difficoltà, è costretta a dar credito ad un sindaco che festeggia la salvifica nave olandese che ci spurga, senza chiedersi perché a quelli di Rotterdam convenga venirsi a prendere la nostra munnezza fin qui. Possibile che nessuno rigurgiti un po’ d’orgoglio, e si lasci andare utopisticamente ad un “prima o poi saremo come l’Olanda”? Qui ci rifiutiamo di vedere, di capire, di andare avanti. Un rifiuto costante.

lunedì 12 dicembre 2011

THE HOLE (O' BUCO)

Ricordo un giorno d'inizio primavera. Si usciva dal caldo e piovoso inverno napoletano. E il famigerato "giro del Cardarelli" ingoiava al solito sospensioni, ammortizzatori, cerchioni, motorini e intere ambulanze nelle suoi buchi neri. Strada larga, la strada della zona ospedaliera di Napoli, l'arteria ostruita che trasporta malati di tutto il sud al Cardarelli, ma anche al Policlinico, al Pascale, al Monaldi, al Cotugno. Il Camel Trophy. Ve lo ricordate il Camel Trophy? Ecco, quel giorno d'inizio primavera gli uccellini cinguettavano e un uccellino del Comune di Napoli mi disse davanti ad un caffé che tutto era pronto per il rifacimento del manto stradale cittadino, ma si aspettavano le elezioni. Dopo le elezioni, mi disse, vedrai che tutto andrà a posto.
Il 10 dicembre 2011 il giornalista napoletano Ciro Pellegrino percorre una strada della Doganella con l'auto del padre. Finisce in una buca, e ci rimane. Chiama i vigili urbani e quelli gli rispondono che non accorreranno "perché non hanno la benzina per far muovere le loro auto". Oggi Ciro Pellegrino va dal meccanico, il quale gli preventiva 250 euro di danni. Ciro Pellegrino farà causa al Comune di Napoli, che è come far causa al nulla. Ciro lo definisce "il Comune più insolvente dopo Baghdad". Perché le buche, a Napoli, lo sono ontologicamente. Riassumono tutto. L'Amministrazione è in arretrato di anni sui pagamenti alle ditte di manutenzione che aspettano 93 milioni di euro. E finché non li avranno non tapperanno buca alcuna.  
Ieri il sindaco De Magistris, l'autore del motto "abbiamo scassato tutto", scrive su Twitter:
"Se il governo Monti ci garantisce i 37mln siamo già pronti per far ripartire lo "spazzamento" della Città con 300 operatori".
Cioé il Comune di Napoli è in attesa che Monti gli dia i soldi per togliere dalla strada le foglie che l'autunno ha trascinato nei tombini per far allagare la città alle prime vere piogge...
E' tutto così immutabile, dio mio. Passano le stagioni, le emergenze, le amministrazioni. Questo è il vero qualunquismo giustificato: quando la realtà delle cose rade al suolo le speranze, e le parole perdono significato. E il cittadino senza diritti, senza rete, senza giustizia è costretto a subire disservizi, vessazioni, e chiacchiere. Soprattutto le chiacchiere.

venerdì 9 dicembre 2011

FREVA, SI CHIAMA FREVA

Ma perché, dico io? Dai, lo fai apposta allora. Hai superato un girone infernale, ci hai portati agli ottavi di Champions, ti sei conquistato la sempiterna gratitudine del tifoso napoletano. Te lo dico: ti sei preso uno spicchio di storia. Ti costava tanto continuare ad evitare i microfoni? O magari assumere un bell’addetto stampa di quelli bravi? Facciamo così, te la detto io la dichiarazione perfetta: “In quel momento ero preso dalla foga, è stato un eccesso di grinta. Un momento di rabbia per i giocatori del Villarreal che perdevano tempo, loro che non avevano niente da perdere. E’ stato istinto puro. Non avrei dovuto, ho fatto un errore. Ma i ragazzi sono stati bravissimi a riprendersi”. Punto.
Ecco, caro Mazzarri, non era difficile. Bastava dire la verità. Perché tanto la città vive da mercoledì in un orgasmo prolungato, ti perdonerebbe anche l’omicidio a fin di bene. E invece sono due giorni che dichiari a reti unificate la seguente fregnaccia: “Volevo fornire un input alla squadra, ho pensato che un gesto del genere li avrebbe stimolati”. Ma per favore! Quella spinta a Nilmar sullo 0-0 era premeditata? Sei troppo avanti, scusami. Non l’avevo capito. Però vuoi sapere tutto il resto del mondo come l’ha letta? Come una scenetta patetica, l’eccesso di “freva” di un allenatore in panne. Hai fatto la figura di un piccolo tecnico, non abituato a gestire queste pressioni. Altro che Mourinho. Hai rischiato che la squadra intera andasse nel pallone, che aggiungesse tensione all’ansia da prestazione. Non è successo. E sai perché? Perché la squadra è matura, è diventata grande. E perché è una vera squadra da Champions. La tua squadra, messa in campo da te. Una meraviglia continua, ormai è chiaro a tutti. Non c’è bisogno di esagerare. Basta godersi la realtà: sei un ottimo tecnico, ma lascia stare i microfoni, ti prego.
(e questo pezzettino lo trovate pure sul Napolista)

lunedì 28 novembre 2011

UN POSTO AL SOLE, ALL'OMBRA DI UN PERCOLATO

CtrlC-CtrlV dal Napolista, scritto sempre da me medesimo.


Il gatto e la volpe stanno seduti uno a fianco all’altro, in tribuna. E si godono il loro Napoli e la loro Napoli. Una città normale, una città non violenta. Un posto come Oslo, o Ferrara, o Parigi anche. Un posto dove sei costretto ad essere derubato se porti il Rolex perché lo impone una sorta di prassi sociale: “C’è la crisi – dice De Laurentiis – non si va in giro con macchine o orologi di lusso”. Ti rapinano e dopo hai pure il resto appresso. E’ un po’ come le giustificazioni a mezzo sorriso stronzo dopo uno stupro: ma quella andava in giro in minigonna… Sapete perché a Cavani hanno svaligiato casa? O perché hanno aggredito la moglie incinta di Hamsik e la fidanzata di Lavezzi? Innanzitutto perché è chiaro che ce l’hanno con l’attacco, centrocampo e difesa non li hanno ancora toccati (ad Aronica hanno rigato la bici, ma insomma…).
Ma soprattutto perché c’è un sindaco che si affanna a ribadire che “Napoli sconta quei problemi di sicurezza tipici di una grande città, vedi Roma o Milano, e anche europea”. Uno dei più puzzolenti clichè dell’era moderna. L’illusione ottica che ci impone di sentirci normali altrimenti va tutto a puttane. Patologicamente ostentata. E invece no: la normalizzazione delle deiezioni specificamente napoletane funziona da alibi perfetto per i topi di fogna che ci rovinano la vita.
Se questo presidente romano ci tiene tanto a tenersi buona la peggio gioventù del San Paolo sono fatti suoi, ma almeno evitasse di prendere in giro il resto dei napolisti, quelli che tifano Napoli ma non per questo si foderano di prosciutto occhi e portafogli. Se la signorina Lavezzi poi si sfoga e dice che “Napoli è una città di merda”, io mi preoccupo di quello che le ha risposto che solo a Napoli La vezzi è un re. Che è come dire, iperbolicamente, che il Pocho è il gallo sulla munnezza. Una munnezza spalmata su tutti, sia chiaro, mica solo sulle signore che vanno in giro in BMW a Lago Patria. In questo posto al sole figurato, noi viviamo all’ombra di un percolato. Perché ognuno di noi si è beccato una pistola puntata in faccia per un piccolo Piaggio, o 50 euro. Altro che beni di lusso. Quelle sono storie buone per i croceristi ammericani. Se i giornali inglesi avvertono i tifosi che qui li accoltellano, non fanno allarmismo ingiustificato: qui li accoltellano. E poi arrivano il sindaco e il presidente del Napoli ad arrampicarsi sugli specchi: vabbé, ma in tempi di crisi non si va in giro con cosce e glutei succulenti, e pure con l’accento inglese.
“Scontiamo i problemi di sicurezza di una grande metropoli”… No, scontiamo De Magistris e De Laurentiis. I De. Gente così, che parla a vanvera, soffiando sui luoghi comuni, facendosi bella per gente brutta. E imbruttendo ancora di più la nostra città rendendoci ridicoli agli occhi del mondo civile. Chiedete scusa, una volta tanto, o lasciate perdere. Che certe volte, a tacere, si fa figura migliore…

mercoledì 9 novembre 2011

L'ANTIPATICO

Dal Napolista con furore (sempre grazie).


Avviso: se siete di quelli che Mazzarri non si tocca nemmeno con un fiore, lasciate perdere questo pezzo. Che ho intenzione di fargli il mazzo, di fiori s’intende. E per una volta lasciate stare i risultati, perché è chiaro che quei conti tornano (quasi) sempre. Qui si parla d’altro. Di comunicazione. Di empatia. Di simpatia. Ecco, l’ho detto.Ci sono, nel giro del pallone, un sacco di antipatici simpatici, i burberi col fascino, le canaglie col mezzo sorriso, i Mourinhi che spaccano le folle. E poi ci sono gli antipatici antipatici. Quelli che proprio non ce la fai, ci provi, ti sforzi, gli dai tre-quattro chili di chance, ma niente. Tanto per cominciare Mazzarri appartiene alla stereotipata categoria dei finti modesti, quelli che se la suonano a volume basso e se la cantano sottovoce. Quelli che in premessa di ogni risposta ci piazzano un “chi ne capisce di calcio sa…”, cosicché l’interlocutore ha due opzioni: o gli dà ragione o non ne capisce di calcio. Chiamiamoli, d’ora in avanti, i mazzarri; ne facciamo sostantivo per chiarezza. I mazzarri quando vincono fanno i seriosi in favor di telecamera: “Ringrazio per i complimenti, abbiamo fatto una gara semplicemente perfetta”. Se poi perdono 3-2 a Monaco, con due golletti di Fernandez e una ventina di occasioni del Bayern, la rilettura è fantastica: “Grande prestazione, loro sono stati cinici a fare tre gol con tre tiri in porta”. Questa storia che tutti quelli che ci segnano un gol sono “cinici” è una vecchia litania. Sottende un modo parziale di contare le palle-gol: se noi vinciamo 2-0 potevamo farne altri 7 (e talvolta è pure vero), se vincono gli altri è una questione di “cinismo”, cioè di culo: gli è andata bene. Non credo ci sia dietro un abile stratega della comunicazione, ma quel che fanno i mazzarri è riassumere una vicenda complicata come una partita in un episodio o due che sono ovviamente a loro favore. Perciò l’arbitro è sempre il nemico, perché se hai perso 4-0 e ti sono stati negati 4 falli laterali e una punizione a centrocampo, il capro espiatorio è lì e la pira è accesa e bella calda. Lo chiamano “lamentino” non a caso, e io il capitolo arbitri lo chiudo qui.
I mazzarri, comunque, se sono in periodo fausto, lasciano entrare il giornalista di Sportweek a casa loro, ammonendo che “chi lo conosce lo ama”, ma poi buttando lì una robetta come questa: “Sì, io e Pep Guardiola vediamo il calcio allo stesso modo”. Dalla panchina, intendi? Deve essere proprio quel che pensa Guardiola, il quale un giorno sì e l’altro pure detta a Marca e As: “Sì, io e Mazzarri giochiamo lo stesso calcio”. E non osate provocarlo, mica esagera lui. Anzi siamo noi giornalisti italiani che siamo troppo… italiani. All’estero lo capiscono e lo apprezzano e lo notano e lo premiano. A Napoli “c’è malafede”, si vuol rovinare il suo “gioiellino”. Che è fatto di grandi giocatori, ma soprattutto di un grande tecnico. Ci tiene proprio, eh: “Non dite che sono un gran motivatore, io sono un tattico”. E se tu, idealista d’uno scribacchino, provi a parlare di tattica, ecco che non ne capisci niente di calcio. Perché mai Cavani doveva coprire su Conti? Ma chi è Conti, Cristiano Ronaldo? Glielo domandi, è lecito. E lui si incazza. E perché poi lo butti in fascia a Monaco, che quel poveretto è già stanco? Guarda che a Sacchi per aver spostato Signori a centrocampo in Nazionale se lo mangiavano vivo… La sentite la malafede? La vedete? Che schifo di ambiente. Non c’è riconoscenza, “abbiamo fatto i miracoli, prima di noi il Napoli era lì in fondo”. Questo è il sunto di tutto. Significa: è merito mio se vinciamo quello che vinciamo, lo dovete a me. Significa: più di questo non posso fare con la squadra che ho. Significa: non l’avete ancora capito che il vostro fuoriclasse siede in panchina?
Se la risposta è no, sappiate che non ne capite niente di calcio. E siete pure antipatici, voi.

martedì 18 ottobre 2011

STADIO SAN PAOLO, LA LEGGE GIOCA FUORI CASA

Badate che questo post, potete leggerlo anche sul Napolista (grazie!), e precisamente qui...

Allo stadio le leggi, la maggior parte delle leggi, non valgono. Un clichè, dici. Un luogo comune. Esatto, lo stadio di Napoli è un luogo comune fuorilegge. Basta stampare dal sito della Società Calcio Napoli il regolamento di utilizzo dell’impianto, e fare una semplice verifica. Vai a vedere Napoli-Milan in un mite pomeriggio di settembre da 34 gradi all’ombra, e spunti l’elenco delle norme violate. Anticipiamo il resoconto: quella stampa avrà maggior dignità quando avrà preso il volo come aereo di carta. Eppure non è che il regolamento se lo sono inventati quelli del Napoli, sia chiaro. E’ la legge italiana, che viene calpestata ogni weekend pallonaro.
Il tempo di parcheggiare lo scooter su un marciapiede qualunque al modico pizzo di 3 euro, dirimpetto alla pattuglia dei Carabinieri e ci ritroviamo davanti ai cancelli del San Paolo, che - dicono – aprono alle 17. Alle 18 sono ancora chiusi. Eccoci qua: da regolamento i cancelli andrebbero aperti 3 ore prima dell’evento. Napoli-Milan non è mica una partita che fa il pienone, eh. Saranno stati colti di sorpresa, i responsabili dell’ordine pubblico quando la marmellata di folla va a spalmarsi contro i muri. Poi aprono, e mi controllano il biglietto, e il documento d’identità. Passo il cosiddetto “prefiltraggio”. Arrivo ai tornelli, quelli tanto voluti da Maroni. Lo steward prodigo di buone maniere mi strappa il tagliando di mano, lo vidima e mi spinge: “Vai va’”. “Scusi, ma il biglietto è mio”. “No questo lo tengo, vai!”. “Ma no, lo voglio, è mio…”. Un altro steward rompe gli indugi e mi chiede di gettare immediatamente la bottiglietta d’acqua. E’ evidente che anche qui valgono le stesse rigide regole dell’aviazione civile. Però intanto il mio biglietto è scomparso. Sono basito, che è un modo come un altro per dire che mi girano i maroni. Perché quel benedetto regolamento dice che “il tagliando dovrà essere conservato fino all’uscita dall’impianto e mostrato, in qualsiasi momento, a richiesta del personale preposto”. Vorrei evitare che qualcun altro entri allo stadio a mio nome. Sai com’è. E soprattutto che qualche solerte steward identificasse l’impostore trascinandomi in un impiccio. Ma abbozzo, visto l’andazzo l’evenienza mi pare probabile quanto un’improvvisa nevicata.

giovedì 15 settembre 2011

A CHI SE METT' 'A COPP'

Le piccole cose spiegano tutto, certe volte. Vorrei tanto essere stato testimone di quel momento epico in cui un genio al Comune di Napoli ha deciso che, in nome di una sacrosanta battaglia di civiltà contro "manifesto selvaggio", andava fatto qualcosa. E quel qualcosa è........ attaccare sui manifesti abusivi altri manifesti di censura. Non toglierli, e ripulire il muro. No. Carta su carta, scopa! In attesa (ore, minuti...) del prossimo manifesto illegale a coprire tutto. E infatti, se guardate bene la foto: sull'avviso del Comune ci hanno immediatamente affisso un annuncio mortuario.
Facimm' a chi se mett' 'a copp', insomma. Solo che 'o gallo 'ncopp 'a munnezza è più scemo della munnezza.

sabato 25 giugno 2011

QUESTI NAPOLETANI MI FANNO SCHIFO

Quelle due splendide signore che due auto avanti alla mia hanno bloccato la circolazione e hanno deciso che stop, non si passa più, perché la strada va riempita di munnezza MI FANNO SCHIFO. Quel gentiluomo che ha lanciato un materasso sulla macchina di una ragazza che impaurita provava a passare ugualmente MI FA SCHIFO. Quelli che piangono ai microfoni delle tv che loro c'hanno i bambini e nel frattempo danno fuoco all'immondizia avvelenando il mio, di bambino, MI FANNO SCHIFO. 
La munnezza non è un problema solo dei napoletani. Ma i napoletani sono il problema dei napoletani. Perché se lo Stato e tutte le istituzioni a scalare mi fanno vergognare ogni giorno, ora dopo ora, di vivere in Italia, questi napoletani mi fanno schifo. Schifo e basta. Abbiamo la città ricoperta di merda, e non ci basta, dobbiamo metterci il surplus: facciamo le barricate, incendiamo tutto, ci uccidiamo a vicenda con le "loro" armi. Siamo vittime e al contempo assoluti carnefici. E il primo che si azzarda a teorizzare il popolo che si ribella, l'esasperazione dei cittadini, lo meno. Perché questa gente non aspetta altro, ci sguazza nelle emergenze, colleziona alibi sociali da quando è nata, la munnezza gli consente una volta di più di avere uno scopo nella vita: lamentarsi, fare "ammuina", scassare tutto (non ha detto così De Magistris appena eletto: "Abbiamo scassato tutto"?). E' un lavoro, è l'occupazione principale (ad esempio) dei disoccupati organizzati: svegliarsi al mattino e aggiungere problemi ai problemi, violenza privata a quella pubblica.
Mio figlio non merita di crescere in un Paese che permette ad una città di affogare nei propri escrementi. Forse un po' lo merito io che non ho avuto il coraggio di fuggirmene. Sicuramente se lo merita quell'illuminato che mi ha minacciato di morte quando gli ho cortesemente detto di togliersi dal cazzo lui e quella barricata di munnezza. E se lo merita pure quel solerte vigile urbano che si è messo in mezzo e ha deciso che era meglio far tornare indietro me e deviare il traffico piuttosto che provare a far togliere la barricata dell'energumeno. Ecco, per quel che vale: MI FAI SCHIFO SOPRATTUTTO TU