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martedì 11 gennaio 2011

MEZZO SECOLO DI PANINI

Oggi sono stato alla presentazione del nuovo album Panini. Sono 50 anni che gli italiani crescono attaccando figurine, e sniffando colla. Ed è un bel crescere, per chi ha provato. Non mi perderò in smoccolate per ricordare a tutti quanto fosse bello giocarsi i doppioni a "mignolino" (non sapete di cosa parlo? Più che altro non sapete che vi siete persi...). Però oggi ho aperto a caso l'album, e mi sono ritrovato il Genoa con Toni stampato a tutta pagina. E più avanti c'era Ronaldinho con la maglia del Milan. Ecco, questi della Panini sono incredibilmente bravi a tenere in piedi la baracca da mezzo secolo, si sono pure dovuti inventare l'app per l'Iphone, pensa te. Però fanno una fatica boia. Perché anche se il circo è un luccicore continuo - e più s'illumina più ha bisogno di luci per abbagliare il pallonaro - poi alla fine non ti ci raccapezzi più. Non hai più certezze, e non è solo la vecchia manfrina che tanto ci piaceva dei numeri dall'1 all'11, no. E' che proprio il calcio s'è sfarinato, e ci vuole proprio una gran passione per farselo piacere ancora. Ecco, chissà se mai a qualcuno passerà per la testa che per ritrovare la retta via basterebbe seguire i tempi e i modi del vecchio album Panini. Per collezionare figurine, e non solo ricordi.

giovedì 23 dicembre 2010

IO SONO IO, E VOI...

C'era una volta un mondo ovattato, dannatamente noioso, nel quale - magari per scaramanzia - mai nessuno si sarebbe azzardato ad autoproclamarsi "il migliore al mondo". Il calcio dei mille rivoli di retorica, di luoghi comuni stagnanti come una palude che però avevano una dignità, un pudore. Poi è nata la stirpe degli Ibra. Gente screanzata che nemmeno il marchese del grillo: io sono io, e voi non siete eccetera eccetera. Ecco, Ibra è Ibra e nemmeno una settimana fa l'aveva ribadito: "Io sono il migliore al mondo". Pure Cristiano Ronaldo tempo fa ci fece partecipi di questa verità assoluta. Ora - ma aleggiava il sospetto - abbiamo appreso che Balotelli è Balotelli, e che, poiché un minimo di cortesia meritocratica ancora la possiede, solo Messi è meglio di lui. Davvero, ha detto proprio così quando l'hanno premiato con il Golden Boy: "C'è solo un giocatore che è più forte di me, Messi. Tutti gli altri sono dietro. Poi ha ovviamente aggiunto che prima o poi giocherà nel Milan, dove c'è Ibra, che il clan si riunisca e decida lo spogliatoio chi è meglio di chi.
Il fatto è che i migliori per davvero non si sono mai parlati addosso. Avete mai sentito Pelé, o Maradona, blaterare scempiagini del genere? Eppure per anni nel mondo in molti giravano canticchiando il coretto napoletano: "Maradona è megl' 'e Pelé". Ecco, solo nella sopraggiunta senilità, Pelé osò sfottere il rivale: "E' lui il migliore". E quello, Maradona, assentì di ripicca: "Vossignoria ha ragione". 
Poiché la questione ha importanza relativa, e i succitati personaggi sono assolutamente convinti della loro posizione nell'universo calcio: non resta che un solo problema da dirimere. Se Ibra è il migliore, e Balotelli è il migliore meno Messi, chi è il migliore tra Ibra e Balotelli? E perché Messi non dice la sua?

martedì 21 dicembre 2010

ADDIO VECIO GALANTOMP

E' morto il "vecio", anche se poi a 83 anni oggi non si è poi così in debito con la sorte. Enzo Bearzot, nato ad Aiello del Friuli il 27 settembre 1927, immortale dall'11 luglio 1982. Il giorno, senza orpelli. Che ci metti un attimo a friggere la storia nella retorica. A spiegare chi è, fai pure una brutta figura. Mundial basta scriverlo una volta, il resto è una nebulosa di ricordi, flash di un'Italia felice di impazzire. Hanno spremuto quei nomi per anni, per decenni. La solita litania: E Zoff, e Collovati, e Scirea, e Cabrini, e Gentile, e Bergomi, e Oriali, e Conti, e Tardelli, e Graziani, e Rossi, e Altobelli, e Antognoni... E Bearzot. L'uomo con la pipa. Che gioca a scopone con Pertini, Zoff e Causio. Che ingoia la stizza per quei giornali tutti contro. Che lascia la statua a fronteggiare quel mondo ostile, prima di metterselo in tasca sempre con la stessa faccia tirata. Classe e silenzio, silenzio-stampa pure. Che a ribadirlo pare una roba d'altri tempi, un cliché, ma non ne fanno più di gente così. "Mezzo Carnera furlan de l'ostia", scrisse Gianni Brera. Un uomo in bianco e nero anche a colori. Bearzot, che non mancò la trafila dell'Olimpo: lo splendido Mondiale del '78, il successo faticoso nel 1982, la resa stiracchiata nell'86. Tre puntini, e una linea retta: hombre vertical, usa dire. Un "galantomp", dicono dalle parti sue. Di confine, diceva lui. Che si ripresentò in Italia bronzeo in giacca bianca, e si mise a rimirar dall'alto il carro dei vincitori, zeppo come il tram nell'ora di punta. Mai dimentico di condanne a mezzo stampa, di Antonio Matarrese (sì, già allora era presidente di Lega) che "voleva prenderli tutti a calci del sedere" ancor prima di arrivare in Spagna. Gli imbrattarono il pareggio-qualificazione col Camerun, e quel fumo maleodorante non riuscì mai a buttarlo fuori. Il treno dei desideri che ne seguì non fece mai fermate. Nessuna polemica. Fatti, risultati, punto. Argentina, Brasile, Polonia, Germania Ovest. Un domino d'orgoglio. Cucendosi, persino malvolentieri, un mito addosso. Che sgretola il calcio di oggi in un attimo, semplicemente scomparendo. E non è solo nostalgia. "Soli contro tutti", dicevano allora. Ma Bearzot non è morto solo, è morto con tutti. Quelli che quell'estate deciserò che sì, la vita sarebbe stata tutta così.

domenica 19 dicembre 2010

FUGA CON LA VITTORIA

Una volta si diceva "fuga per la vittoria". Ma questa è una vittoria e fuga, più che altro. E se due indizzi fanno una moda, ecco lo strano mondo Inter. L'unico posto dove si vince e si scappa più veloci della luce. Almeno Mourinho se l'era preparata in un paio d'anni l'evasione, e l'aveva ammortizzata col triplete. Benitez invece è riuscito nell'impresa di sbagliare tutto e il contrario di tutto: tempi, modi, luoghi, opportunità.
E questa strana storia continua qui...

lunedì 15 novembre 2010

BANDIERE A MEZZ'ASTA

Ad un certo punto non si capiva più chi tifava cosa. Ed è lì che si è rotta l'Inter. Quando ha capito che questo derby era in mano ad un signore senza maglia dal nome neutro: Ibrahimovic. In cinque minuti, mica un anno, il triplete s'è decomposto nel presente. Il tempo di riassumere tutti i duelli inconsci in un lampo: Materazzi insegue Ibrahimovic, lo sgambetta da dietro, rigore, 1-0. Fine. Poteva essere un Inter-Juve di qualche anno addietro, per quanto fuori dal tempo era il simbolico momento. E invece l'Inter più sgrammaticata degli ultimi anni è riuscita a riabilitare pure l'uomo che s'era azzoppato la carriera da solo, fuggendo da Milano per andare a non vincere al Barcellona. Quello torna in Italia baciando la maglia del Milan, e Benitez che fa? Niente. Niente. Ibra al minuto 5 va sul dischetto, e fosse stato l'anno scorso, il copione nerazzurro sarebbe stato già bello che scritto: Ibra sbaglia il rigore, l'Inter vince il derby, con tutti i lietofine del caso. E invece? Ibra spara in porta, allarga le braccia assorbendo in quel padrenostro blasfemo tutte le bestemmie della Curva Nord, sputa a terra con una certa eleganza, s'aggiusta il fermacapelli, e rumina la sua gustosa vendetta. Milan 1 Inter 0 e così sarà fino alla fine. Ibrahimovic, Ibrahimovic, cantano a San Siro. Lo sai da che parte proviene quell'eco, ma non ha importanza: per lui no di certo. Ormai s'è ricaricato di quell'orgoglio che non gli riconoscevano in tanti. Ormai è chiaro a tutti che a 'sto giro ha vinto lui. Basta guardare Benitez che paonazzo in volto si rimangia prima lo schema buttato lì in avvio di gara, poi Milito, poi i cambi: fa spogliare Cambiasso e manda dentro Coutinho, fa preparare Santon e poi sceglie in fretta e furia Biabiany. Con lo stesso carisma dell'uomo invisibile. Nel frattempo Ibra, giusto per chiudere i conti, manda all'ospedale Materazzi, con tutta la sua fiera di tatuaggi e creste mohicane. Ko tecnico. In tutto e per tutti. Ingoiando pure quella logora e magica retorica delle bandiere. Nemmeno i tifosi se la legano più al dito da tempo, si sono assuefatti a vincere la più sacra della partite fregandosene della limpidezza. Ma ve l'immaginate un derby vinto dal Milan con gol di Facchetti? Ecco, quel pallone lì ha bucato Ibra.
PiC

sabato 30 ottobre 2010

TOTTI E IL CONTRARIO DI TOTTI

L'avevamo lasciato alla rincorsa di Balotelli. Aho, vie' qua, ndo vai vie' qua. Un calcione diretto, con la faccia incattivita dalla frustrazione. Altro che quel bonaccione che riempie la tv di spot sorridenti. Lo ritroviamo in preda ad una crisi isterica. Espulso (salterà il derby) dopo uno sgambetto di Olivera e la sua (ovvia?) reazione. Placcato dai bodyguard, perché non vada a farsi giustizia da solo. Onta su onta, scene da Pupone: Totti Francesco, anni 34. Il giorno dopo la faida con Balotelli Totti continuò a  picchiar duro, sul suo sito personale a penna tesa, se così si può dire. Autoindulgente e sfocato, con il luogo comune estratto di buon grado per parlare direttamente al suo "popolo". Balotelli provoca e quindi se lo merita. Una cosa tipo "ha cominciato lui", beghe da silo nido. Aspettiamo con ansia (ma anche no) che il Corriere dello Sport pubblichi domani o lunedì una sua lettera autografa, direttamente dal carrello dei bolliti. Per dirci qualcosa di nuovo, magari. Qualcosa che la sua carriera non abbia già reso noto. Una carriera a vampate. Ricordiamo insieme, vi va?
Totti ha il curriculum di un re che non riesce a reggere la sua corona. E' - anche - quello delle maglie cattive, dei gesti irridenti, delle scarpe strette e delle polemiche roventi. Tutto e il contrario di Totti. Magie, gloria, ma anche bizzarrie fuori programma. Fu lui, per esempio, ad essere la pietra dello scandalo, antesignano delle maglie maliziose, cacciando fuori la scritta "vi ho purgato ancora" l'11 aprile 1999 nel derby di Roma. Che, con accenti un po' pecorecci, era un modo per dire ai laziali: vi ho fatto ancora gol. Quella maglia, quella frase a Roma è ancora oggi un monumento alla romanità. Ma la cosa non piacque all'International Board, che da quella "prima pietra" costruì il divieto di maglie e scritte sottopancia. Poi le gesta sportive. Prima il "cucchiaio" (primo della stirpe tottiana) irridente e geniale a Van der Sar nella semifinale dell'Europeo a Belgiolanda. Poi al momento della consacrazione, 2 anni dopo, il Mondiale incriminato in Corea: mai decisivo, espulso nella partita della beffa coreana da Byron Moreno per simulazione e doppio giallo. E investito dalle polemiche "affettive" e di ingerenza della dolce Ilary nel ritiro azzurro. Totti, ormai maturo e scudettato, nella Roma smette di dosso le maglie cattive ma non il vizietto della provocazione. Roma-Juventus 8 febbraio 2004: la Roma vince, stravince, 4-0. Totti alla fine fa il marameo a Tudor: "4, zitti e a casa". La telecamera lo immortala, e per una volta verba manent: a Roma nascono migliaia di maglie con il graffito di Totti e la frase dell'umiliazione bianconera. Rieccolo ora con quella faccia cattiva, roba da pubblicità regresso. Dopo lo sputo a Poulsen disse di non rivedersi in quel fotogramma (e noi invece ce lo rivediamo eccome), che non aveva coscienza di averlo fatto. Mister Totti e Dottor Pupone. Totti e il contrario di Totti. Le scuse stanno a zero, France'. Una volta di più.
PiC