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martedì 6 marzo 2012

SE BOSSI PARLASSE COSI' NEGLI USA

Umberto Bossi, ex ministro della Repubblica italiana, ad un certo punto, davanti ad un tappeto di microfoni dice questa frase: "Monti rischia la vita, il nord lo farà fuori”. Dice che “prima o poi qualcuno si deciderà ad impiccare in pubblica piazza”.
La giornalista che lo intervista è prontissima: “Ma quindi l’alleanza col Pdl non ci sarà mai più?”.

Fermi. Mettete pausa al video (Sì, c’è pure il video).

Un ex ministro, leader di una importante forza politica, ha appena detto che il premier rischia la vita perché prima o poi qualcuno del nord si scoccia e lo ammazza.
Tu sei una giornalista, tutti quelli attorno a te sono giornalisti. A nessuno, dico ma proprio a nessuno, viene in mente di bloccare tutto e attaccare dritto per dritto? Ma come? Ma cosa dice? C’è qualcosa che sa? Sono parole pesantissime… ecc…

Facciamo finta per un attimo che la stessa cosa avvenga negli Stati Uniti. I cronisti americani intervistano chessò… Rumsfeld. E quello se ne esce che Obama farà una brutta fine. Cosa accadrebbe? Intervista sospesa. Cordone di uomini dell’intelligence che si chiude attorno a Rumsfeld, via tutti i giornalisti. Si alzano in volo i caccia e l’Air Force One. L’intervistato viene trasferito in località segreta, magari al di fuori dei confini americani. Gli vengono sospesi i diritti umani, stanza buia, interrogatori, un paio di torturine miste. Parla! Che sai? Chi è sto nord che vuole far fuori Obama? E’ un canadese? E’ il Canada che ci vuole attaccare? In pubblica piazza? Quale piazza? E’ Times Square? Eh? Chiudete Times Square! NOW! E tu avanti parla!
Immediatamente verrebbero rintracciati i trisavoli arabo-calabresi di Rumsfeld, Agazio e Rosalba Rumsfeldo. E verrebbe dichiarata guerra preventiva ad uno stato mediorientale a caso.
Nel frattempo tutti i giornalisti presenti all’intervista verrebbero resettati con uno speciale trattamento della Cia e rispediti a casa convinti di aver passato la giornata allo zoo comunale.

E da noi?
Da noi: “Ma quindi l’alleanza col Pdl non ci sarà mai più?”, “Ha mangiato? Ha digerito? Ha fatto il ruttino?”.
Qui si innescherebbe tutto un discorso sulla professionalità e sulla deontologia dei giornalisti italiani. Ma poi dovremmo porci delle domande. Domande vere. E proprio non è cosa nostra…

martedì 3 gennaio 2012

QUEL CHE CI IMPORTA DEL CAUCUS

A rischio di passare per uno spettatore di Kalispera, io lo dico: è imbarazzante lo spazio che si dà in giro alle primarie americane. E' imbarazzante per me, che da un paio di giorni cerco di interessarmi della questione, almeno per giustificare il mio pezzo di carta in Scienze Politiche. Caucus, Iowa, Romney, Paul, Santorum... se non sapete di cosa sto parlando non rammaricatevene e recuperate con questo pezzo esperto di Francesco Costa. Se non ve ne frega niente, continuate a leggere: a parte la fisiologica attesa di capire chi proverà ad insidiare Obama per il posto di capo dell'Universo conosciuto, davvero non capisco perché il circo lunghelettorale americano debba trovare asilo sulle prime pagine italiane con questo fragore, quando basterebbe un trafiletto a frittata fatta: "Si sono concluse le primarie americane ecc... ecc...". E' una roba molto tecnica, da addetti ai lavori, con meccanismi sfinenti pure per uno che li ha studiati. Ed è petting politico, preliminari. Si farà sul serio molto più in là, ma siamo qui tutti arrapati a goderci i dibattiti della provincia americana, con tutti i suoi sfoghi pecorecci. Su Repubblica.it il sommario dice: "A poche ore dal caucus repubblicano...". Manco stessimo aspettando l'ultimo liftoff dello Shuttle. E se esci a cena con la persona sbagliata capita pure di trovarti imbottigliato in una conversazione porno-soft sull'inconsistenza dei sondaggi elettorali del Massachusetts.
Magari mi sbaglio, però. Magari è la società dei consumi di basso livello che mi sta risucchiando. Magari quando giocavo a fare lo studentello intellettualoide, ero solo un coglionazzo un po' snob. Ecco, mi sa che è così, proprio.