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venerdì 23 novembre 2012

RIPORTIAMO LE FAMIGLIE AL PUB

Riportiamo le famiglie allo stadio, dicevano qualche anno fa. Ora la retorica è in via d’aggiornamento: riportiamo le famiglie al pub. Meglio. Basta violenza, dice la tradizione dell’indignazione. La violenza dei “pochi esagitati” – che da anni ormai “non possiamo chiamare tifosi” perché finisce che quelli, i tifosi, si incazzano e ci menano – ogni tanto te la dimentichi. Poi arriva un giovedì, che una volta di giovedì a pallone manco si giocava, ma tant’è: arriva un giovedì e c’è Lazio-Tottenham, ex Coppa Uefa, e scatta il promemoria del ridicolo. I fatti e i commenti, riassunti in fila, sono uno spettacolo dell’assurdo.
Fase 1: nella notte di mercoledì tifosi della Lazio assaltano un pub di Campo de’ Fiori e massacrano un gruppetto di tifosi inglesi: 10 feriti, locale devastato.
Fase 2: i tifosi della Lazio non sono più della Lazio, nel senso che non ne siamo certi e quindi evitiamo: il titolo diventa “ultras”, che sta bene su tutte le cronache da rissa, come il black block ai cortei. Alemanno istituzionalizza il frasario di circostanza: parla di “sedicenti tifosi, in realtà teppisti”.
Fase 3: arrestano un tifoso della Roma. E mo? Come la mettiamo col colore della violenza? E’ un derby?
Fase 4: l’assalto ha una matrice razzista, nel senso che il Tottenham ha una storia “ebrea”, e questo è un periodo un po’ così da quelle parti, e quindi possiamo smarcarci dalla logica “tifo violento” che sinceramente ha fatto il suo tempo. E invece.
Fase 5: allo stadio, all’Olimpico, nonostante la festa per il ritorno a Roma di Gascoigne, i “sedicenti tifosi in realtà teppisti” ricordano al mondo intero che loro – quelli “in realtà teppisti”, appunto – saranno pure sedicenti tifosi ma sono soprattutto fascisti. E quindi ecco i cori antisemiti in curva Nord: “Juden Tottenham, juden Tottenham”, e poi lo striscione “Free Palestina” (ché i sedicenti tifosi hanno molto a cuore la questione umanitaria, eh).
Fase 6: Lotito, presidente della Lazio, vince il campionato del mondo di arrampicata di specchi quando ribadisce, a cori ancora caldi, che mica è detto che quelli che hanno assaltato il pub erano sicuramente dei tifosi della Lazio. Non lo fa in latino, e di questo rendiamo grazie.
Fase 7: ovvero della figuraccia internazionale. In Gran Bretagna rimbalzano titoli “the stab city” da tutte le parti, e fai una certa fatica a dargli torto. E allora tocca subirci la…
Fase 8: quella in cui si indigna Abete, il presidente della Figc. Ok, è un grande classico della letteratura di genere, però come chiosa mantiene intatta la sua efficacia. Vi segnaliamo le immancabili parole-chiave: “condanna”, “solidarietà”, “altresì”, “auspicio”. Infilateci voi il resto, è un giochino in cui si vince sempre.
Fase 9: il capolavoro. L’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive presso il Viminale ha ovviamente osservato. E si sente in dovere di prendere l’ultima definitiva parola. E dice, letteralmente: “Non c’entra lo sport”.
Perché di “sedicente sport” trattasi, tradotto meglio sarebbe merda. Ma non si dice, fa cafone.

(anche su T-Mag)

martedì 23 ottobre 2012

L'INDIMENTICABILE STORIA DIMENTICATA DI VIRGILIO MOTTA



Questa è la storia di Virgilio Motta, tifoso dell'Inter. Un tifoso strano, che faceva parte di un gruppo sì, ma di un gruppo che si chiamava "Banda Bagaj" (Banda bambini, in dialetto milanese) nato per portare anche i piccoli allo stadio. Un tifoso strano, un tifoso normale, se ci passate l’ossimoro. Un tifoso aggredito come un ultrà, che in quell'aggressione ci perde un occhio, che per quell'occhio avrebbe dovuto ricevere 140.000 euro di "danni", che quei soldi non li ha mai avuti. Un tifoso strano, che non è morto di calcio: è stato suicidato.
Sì, questa è la storia di Virgilio Motta, che il 24 maggio scorso s'è ucciso per colpa di questo Paese. “Anche” di questo Paese, va bene? Così mettiamo in conto le ovvie giustificazioni a latere. Quella di Virgilio Motta è una storia perché è un esempio perfetto di come funzionano le cose, nei giorni della puzza napoletana sdoganata sul servizio pubblico, o dei cori contro un ragazzo morto sanzionati con uno scappellotto.  Qui le cose non cambiano mai. E questa storia è un monumento alla merda stratificata nell'immobilità.
Virgilio Motta, padre di una bimba, è al Meazza per assistere al derby milanese del 15 febbraio 2009. Un gruppo di ultras milanisti cala dal secondo al primo anello per punire un gruppetto di interisti che hanno osato strappare uno striscione. Motta finisce per caso in mezzo alla rissa. Gli arriva un pugno che gli spappola un occhio.
Il 17 luglio 2009 il giudice Alberto Nosenzo condanna a pene comprese tra sei mesi di reclusione e quattro anni e mezzo di carcere sei ultras milanisti accusati, a vario titolo, di rissa aggravata e lesioni. Luca Lucci, uno dei capi storici della curva Sud, viene riconosciuto colpevole di aver sferrato il pugno. A Motta viene riconosciuta invece una provvisionale di 140 mila euro a carico dei condannati "da versare in solido". La moglie di Lucci alla sentenza urla a Motta che "i 140 mila euro te li devi spendere tutti in medicinali, maledetto infame".
Ma in Italia funziona così, la giustizia: i condannati, semplicemente, non pagano perché quei "poveretti" risultano nullatenenti. E Motta non se li può spendere nemmeno in medicine quei soldi, come pure avrebbe voluto fare. Accetta suo malgrado persino una sorta di pagamento rateale: niente. Entra in depressione, piano piano. Spesso funziona così. In silenzio. Pur andando allo stadio, ancora. Senza bambini però. I bambini no. Tre anni dura. Poi, il 24 maggio, la fa finita. Il suo legale, l'avvocato Consuelo Bosisio, dice che "le sue condizioni psicologiche sono peggiorate perché gli imputati condannati per quegli scontri non gli hanno versato i 140 mila euro che gli dovevano come risarcimento e con i quali lui voleva andare a farsi curare all'estero”.
Ma sono parole a posteriori. E l'Italia è un posto che campa solo a posteriori. E non impara mai. Per dire: il 20 settembre i capi della curva Sud del Milan vengono ricevuti a Milanello per il “solito” faccia a faccia minaccioso con i giocatori, rito che usa un po' ovunque quando le cose vanno male e le società abbassano lo sguardo di fronte alle pretese violente dei tifosi. Ecco, a Milanello c'era anche Luca Lucci, il capotifoso nullatenente che tolse l'occhio ad un padre, allo stadio. Libero, Luca Lucci.
Facciamo finta che no, i cori allo stadio di Torino e di Verona non c'entrano niente con questa triste storia. E invece è proprio lo stesso fottuto campo da gioco. Ci sta bene tutto, sempre di più. Accettiamo che non ci siano più regole morali né giustizia. Che la stratificazione dell’impotenza azzeri la memoria e disinneschi tutto. Che senza muri, senza limiti, si campi meglio. E invece si campa male. A volte i più deboli non ci campano affatto.
Perciò è morto Virgilio Motta, tifoso x  di una squadra x, che andava allo stadio con i bambini.