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martedì 11 gennaio 2011

MEZZO SECOLO DI PANINI

Oggi sono stato alla presentazione del nuovo album Panini. Sono 50 anni che gli italiani crescono attaccando figurine, e sniffando colla. Ed è un bel crescere, per chi ha provato. Non mi perderò in smoccolate per ricordare a tutti quanto fosse bello giocarsi i doppioni a "mignolino" (non sapete di cosa parlo? Più che altro non sapete che vi siete persi...). Però oggi ho aperto a caso l'album, e mi sono ritrovato il Genoa con Toni stampato a tutta pagina. E più avanti c'era Ronaldinho con la maglia del Milan. Ecco, questi della Panini sono incredibilmente bravi a tenere in piedi la baracca da mezzo secolo, si sono pure dovuti inventare l'app per l'Iphone, pensa te. Però fanno una fatica boia. Perché anche se il circo è un luccicore continuo - e più s'illumina più ha bisogno di luci per abbagliare il pallonaro - poi alla fine non ti ci raccapezzi più. Non hai più certezze, e non è solo la vecchia manfrina che tanto ci piaceva dei numeri dall'1 all'11, no. E' che proprio il calcio s'è sfarinato, e ci vuole proprio una gran passione per farselo piacere ancora. Ecco, chissà se mai a qualcuno passerà per la testa che per ritrovare la retta via basterebbe seguire i tempi e i modi del vecchio album Panini. Per collezionare figurine, e non solo ricordi.

martedì 4 gennaio 2011

SE IL CAMPIONE ITALIANO NON E' ABBASTANZA ITALIANO

Eusebio è un campione italiano non italiano. Di più, è una promessa italiana che l'Italia non può mantenere, non ora. Perché è un G2, un italiano di seconda generazione. Per legge non ha (ancora) la cittadinanza, e quindi il Coni non potrà dargli la maglia azzurra per andare alle Olimpiadi di Londra 2012. Fa niente che Eusebio Haliti, 19 anni, sia il più forte quattrocentista juniores d'Italia. Vive e fa atletica a Bisceglie, in provincia di Bari, ma è nato a Scutari, in Albania. E la legge sulla cittadinanza (numero 91 del 1992) non ammette ignoranza né privilegi: per chiederla, i ragazzi stranieri cresciuti da noi devono dimostrare di risiedere legalmente nel nostro Paese da almeno 10 anni. Per Eusebio la fatidica data scatterà solo nel settembre 2012, tre mesi dopo l'apertura dei Giochi. Troppo tardi. Il bello - anzi il brutto - è che lui è arrivato in Italia con la madre e la sorella nel settembre 2000, ma può documentare la residenza solo a partire dal settembre 2002.
"La legge sulla cittadinanza e' una norma iniqua che ci impedisce di schierare i nostri atleti. E dico nostri perche' questi ragazzi sono italiani - commenta Tonino Ferro, l'allenatore di Eusebio -. È assurdo: abbiamo dei campioni e non li possiamo far gareggiare a livello internazionale". L'atleta pugliese (almeno pugliese lo è), tra l'altro, si può dire che è il migliore italiano sui 400, ma anche il secondo, il terzo, il quarto... detiene le prime otto prestazioni cronometriche italiane sui 400 metri, ed è settimo nelle graduatorie europee under 20. Il suo miglior tempo lo ha ottenuto al meeting internazionale di Ginevra lo scorso giugno: 47 secondi netti. "Chi vince i campionati italiani e' il primo candidato per la nazionale. Ma io non posso gareggiare vestendo la maglia azzurra: questa è la cosa più frustrante -spiega Eusebio-. Mi sono anche perso delle belle occasioni, ad esempio non posso entrare a far parte dei gruppi sportivi militari. Ho frequentato le scuole in Italia, conosco la storia di questo Paese, i miei amici e la mia ragazza sono qui. Quando dico casa, penso a Bisceglie".
L'ipotesi di gareggiare per l'Albania non l'ha mai presa in considerazione anche se da Tirana è arrivata l'offerta di una borsa di studio. Preferisce restare in stand by per due anni e attendere lui, velocissimo, le lentezze della burocrazia: "Se tutto va bene, avrò la cittadinanza all'eta' di 21 anni, ma sono tranquillo perché so che i miei obiettivi come atleta sono di più lungo periodo". Questo non è un Paese per giovani, e nemmeno per italiani...

giovedì 23 dicembre 2010

IO SONO IO, E VOI...

C'era una volta un mondo ovattato, dannatamente noioso, nel quale - magari per scaramanzia - mai nessuno si sarebbe azzardato ad autoproclamarsi "il migliore al mondo". Il calcio dei mille rivoli di retorica, di luoghi comuni stagnanti come una palude che però avevano una dignità, un pudore. Poi è nata la stirpe degli Ibra. Gente screanzata che nemmeno il marchese del grillo: io sono io, e voi non siete eccetera eccetera. Ecco, Ibra è Ibra e nemmeno una settimana fa l'aveva ribadito: "Io sono il migliore al mondo". Pure Cristiano Ronaldo tempo fa ci fece partecipi di questa verità assoluta. Ora - ma aleggiava il sospetto - abbiamo appreso che Balotelli è Balotelli, e che, poiché un minimo di cortesia meritocratica ancora la possiede, solo Messi è meglio di lui. Davvero, ha detto proprio così quando l'hanno premiato con il Golden Boy: "C'è solo un giocatore che è più forte di me, Messi. Tutti gli altri sono dietro. Poi ha ovviamente aggiunto che prima o poi giocherà nel Milan, dove c'è Ibra, che il clan si riunisca e decida lo spogliatoio chi è meglio di chi.
Il fatto è che i migliori per davvero non si sono mai parlati addosso. Avete mai sentito Pelé, o Maradona, blaterare scempiagini del genere? Eppure per anni nel mondo in molti giravano canticchiando il coretto napoletano: "Maradona è megl' 'e Pelé". Ecco, solo nella sopraggiunta senilità, Pelé osò sfottere il rivale: "E' lui il migliore". E quello, Maradona, assentì di ripicca: "Vossignoria ha ragione". 
Poiché la questione ha importanza relativa, e i succitati personaggi sono assolutamente convinti della loro posizione nell'universo calcio: non resta che un solo problema da dirimere. Se Ibra è il migliore, e Balotelli è il migliore meno Messi, chi è il migliore tra Ibra e Balotelli? E perché Messi non dice la sua?

martedì 21 dicembre 2010

ADDIO VECIO GALANTOMP

E' morto il "vecio", anche se poi a 83 anni oggi non si è poi così in debito con la sorte. Enzo Bearzot, nato ad Aiello del Friuli il 27 settembre 1927, immortale dall'11 luglio 1982. Il giorno, senza orpelli. Che ci metti un attimo a friggere la storia nella retorica. A spiegare chi è, fai pure una brutta figura. Mundial basta scriverlo una volta, il resto è una nebulosa di ricordi, flash di un'Italia felice di impazzire. Hanno spremuto quei nomi per anni, per decenni. La solita litania: E Zoff, e Collovati, e Scirea, e Cabrini, e Gentile, e Bergomi, e Oriali, e Conti, e Tardelli, e Graziani, e Rossi, e Altobelli, e Antognoni... E Bearzot. L'uomo con la pipa. Che gioca a scopone con Pertini, Zoff e Causio. Che ingoia la stizza per quei giornali tutti contro. Che lascia la statua a fronteggiare quel mondo ostile, prima di metterselo in tasca sempre con la stessa faccia tirata. Classe e silenzio, silenzio-stampa pure. Che a ribadirlo pare una roba d'altri tempi, un cliché, ma non ne fanno più di gente così. "Mezzo Carnera furlan de l'ostia", scrisse Gianni Brera. Un uomo in bianco e nero anche a colori. Bearzot, che non mancò la trafila dell'Olimpo: lo splendido Mondiale del '78, il successo faticoso nel 1982, la resa stiracchiata nell'86. Tre puntini, e una linea retta: hombre vertical, usa dire. Un "galantomp", dicono dalle parti sue. Di confine, diceva lui. Che si ripresentò in Italia bronzeo in giacca bianca, e si mise a rimirar dall'alto il carro dei vincitori, zeppo come il tram nell'ora di punta. Mai dimentico di condanne a mezzo stampa, di Antonio Matarrese (sì, già allora era presidente di Lega) che "voleva prenderli tutti a calci del sedere" ancor prima di arrivare in Spagna. Gli imbrattarono il pareggio-qualificazione col Camerun, e quel fumo maleodorante non riuscì mai a buttarlo fuori. Il treno dei desideri che ne seguì non fece mai fermate. Nessuna polemica. Fatti, risultati, punto. Argentina, Brasile, Polonia, Germania Ovest. Un domino d'orgoglio. Cucendosi, persino malvolentieri, un mito addosso. Che sgretola il calcio di oggi in un attimo, semplicemente scomparendo. E non è solo nostalgia. "Soli contro tutti", dicevano allora. Ma Bearzot non è morto solo, è morto con tutti. Quelli che quell'estate deciserò che sì, la vita sarebbe stata tutta così.

domenica 19 dicembre 2010

FUGA CON LA VITTORIA

Una volta si diceva "fuga per la vittoria". Ma questa è una vittoria e fuga, più che altro. E se due indizzi fanno una moda, ecco lo strano mondo Inter. L'unico posto dove si vince e si scappa più veloci della luce. Almeno Mourinho se l'era preparata in un paio d'anni l'evasione, e l'aveva ammortizzata col triplete. Benitez invece è riuscito nell'impresa di sbagliare tutto e il contrario di tutto: tempi, modi, luoghi, opportunità.
E questa strana storia continua qui...

lunedì 15 novembre 2010

BANDIERE A MEZZ'ASTA

Ad un certo punto non si capiva più chi tifava cosa. Ed è lì che si è rotta l'Inter. Quando ha capito che questo derby era in mano ad un signore senza maglia dal nome neutro: Ibrahimovic. In cinque minuti, mica un anno, il triplete s'è decomposto nel presente. Il tempo di riassumere tutti i duelli inconsci in un lampo: Materazzi insegue Ibrahimovic, lo sgambetta da dietro, rigore, 1-0. Fine. Poteva essere un Inter-Juve di qualche anno addietro, per quanto fuori dal tempo era il simbolico momento. E invece l'Inter più sgrammaticata degli ultimi anni è riuscita a riabilitare pure l'uomo che s'era azzoppato la carriera da solo, fuggendo da Milano per andare a non vincere al Barcellona. Quello torna in Italia baciando la maglia del Milan, e Benitez che fa? Niente. Niente. Ibra al minuto 5 va sul dischetto, e fosse stato l'anno scorso, il copione nerazzurro sarebbe stato già bello che scritto: Ibra sbaglia il rigore, l'Inter vince il derby, con tutti i lietofine del caso. E invece? Ibra spara in porta, allarga le braccia assorbendo in quel padrenostro blasfemo tutte le bestemmie della Curva Nord, sputa a terra con una certa eleganza, s'aggiusta il fermacapelli, e rumina la sua gustosa vendetta. Milan 1 Inter 0 e così sarà fino alla fine. Ibrahimovic, Ibrahimovic, cantano a San Siro. Lo sai da che parte proviene quell'eco, ma non ha importanza: per lui no di certo. Ormai s'è ricaricato di quell'orgoglio che non gli riconoscevano in tanti. Ormai è chiaro a tutti che a 'sto giro ha vinto lui. Basta guardare Benitez che paonazzo in volto si rimangia prima lo schema buttato lì in avvio di gara, poi Milito, poi i cambi: fa spogliare Cambiasso e manda dentro Coutinho, fa preparare Santon e poi sceglie in fretta e furia Biabiany. Con lo stesso carisma dell'uomo invisibile. Nel frattempo Ibra, giusto per chiudere i conti, manda all'ospedale Materazzi, con tutta la sua fiera di tatuaggi e creste mohicane. Ko tecnico. In tutto e per tutti. Ingoiando pure quella logora e magica retorica delle bandiere. Nemmeno i tifosi se la legano più al dito da tempo, si sono assuefatti a vincere la più sacra della partite fregandosene della limpidezza. Ma ve l'immaginate un derby vinto dal Milan con gol di Facchetti? Ecco, quel pallone lì ha bucato Ibra.
PiC

venerdì 12 novembre 2010

DISEDUCAZIONE FISICA

Ricordo la prima ora di educazione fisica al Liceo, la prima in assoluto. Un professore di nome Franco, senza cognome. Che ci prende a parte in palestra e comincia ad illustrarci la muscolatura del volto. I miei ricordi si fermano ai muscoli buccinatori. Ecco, regalate ad un quattordicenne la nozione di muscolo buccinatore e resterete per sempre con lui, soprattutto quando finirà sul lettino di uno strizzacervelli (erano anni che volevo dirlo: "strizzacervelli"! Non c'era mai stato modo...).
Fu la prima ed unica lezione "teorica" in cinque anni, passati poi a scegliere tra il pallone di pallavolo e quello da basket. Perché, ragazzi, questo è tutto lo sport previsto dalla scuola italiana: palleggi o schiacciate a capocchia.  O almeno ai tempi miei, che sono tra il mesozoico e il primo governo Berlusconi, più o meno.
Ora, il sogno di quelli che come me non amavano i Beatles e i Rolling Stones, non avevan voglia di studiare e passavano gran parte del loro tempo a fare sport, pensare di sport, parlare di sport, era il seguente orario scolastico: prima ora Educazione fisica, seconda ora Educazione fisica, terza ora Educazione fisica, spacco (figa), quarta ora Educazione fisica, alla quinta niente, si esce un'ora prima perché non c'è più religione (è vecchia questa, ma fa sempre la sua porca figura).
Poi, un giorno, dal putridume di questi torbidi anni scavati nella melma spunta una fatina un po' sadomaso: Mariastella Gelmini. Un colpo di frustino ed ecco l'idea geniale brillarle sotto gli occhialetti da pornosegretaria: IL LICEO DELLO SPORT.
Trascrivo da un take d'agenzia:  "Arriva il liceo dello sport. Ci sta lavorando il ministero dell'Istruzione che vorrebbe lanciare la nuova scuola gia' nell'anno scolastico 2011/2012. Nel nuovo indirizzo si fara' molto sport, ma, soprattutto, si studieranno le varie materie declinate anche in ambito sportivo, dalla storia all'economia. Per creare, in uscita, profili gia' pronti anche per entrare nel mondo dello sport non solo a livello agonistico ma anche dirigenziale".
Bellissimo: in pratica il concetto di "corpore sano in corpore sano", con la mens lì buttata sul divano a guardare Uomini e donne, tanto che ce frega. Voglio dire, al sistema Italia mancava proprio una nuova generazione di Mino Raiola. Ma mica davvero vorremmo lasciare, chessò, la professione di procuratore dei calciatori a gente che nel curriculum c'ha due anni alla Pizzeria Bellanapoli di Amsterdam? Oh, la Gelmini lo sa:  in questo sporco mondo di veline e bomber bisogna arrivarci preparati.
Ah, vabbé, poi ci sarebbero quelli che credono che con il Liceo dello Sport si favorirà l'allevamento intensivo di una nuova generazione di campioni. Ma uno nella vita può credere a tutto, pure a Fini che difende gli omosessuali, che c'entra.
Fossi un tredicenne del 2011 scasserei le palle ai miei genitori fino a convincerli ad iscrivermi lì, nel paradiso dell'educazione fisica. Persino barattando la minicar, in extrema ratio. Che oggi vai a farti un panino con la cultura, mamma, va se ci riesci. Che, non lo sai papi che il futuro dell'Italia è questo? Diventare un enorme Pese dei balocchi, il parco divertimenti del resto dell'Europa che cresce e si specializza.
E chissà dov'è finito Franco, con i suoi muscoli buccinatori.

mercoledì 3 novembre 2010

IL DASPO DELL'AQUILA

Qualcuno volò sul nido dell'aquila. Igli Tare, immagino, il ds della Lazio. Per comunicarle che domenica lei, l'aquila, non giocherà il derby
- Ma come? Ma perché? Che non ho forse portato la Lazio al primo posto? Proprio io? Chi vola al posto mio? quel raccomandato di un gabbiano Livingstone? No aspetta, sono tre giorni che il condor ce sta a prova'! Io vinco e lui si "becca" il derby? È proprio un avvoltoio...
- Ma no, che dici mai. È che lo Stato italiano ha paura delle tue provocazioni. I "canarini" dicono che sfotti l'esultanza di Montella. L'Olimpico è un covo di lupi, lo sai. Anzi, un'informativa della Digos parla di un commando di ultrà giallorossi pronti a liberare i lupi del parco nazionale d'Abruzzo. Se si infiltrano quelli tra i tifosi, sono cazzi amari. E poi, e poi lo sai che la caccia in questo periodo è aperta. Borriello ha promesso una doppietta, e i tornelli dell'Olimpico bloccano i tappi dei Borghetti ma mica i fucili a canne mozze. Anzi, non sai quante canne...
- Ma Lotito mi paga apposta, che vuol dire che provoco? Faccio solo il mio lavoro!
- Lo so lo so, ma tu pensa che quando il Tottenham ha giocato a San Siro hanno vietato agli inglesi di esporre la stella di David, il loro simbolo. Non sia mai che i fascisti in curva se la prendessero a male! Lo sai, le forze dell'Ordine italiane ci tengono, sono sensibili.
- Mmm, sono delle aquile...
- Se lo dici tu...
- Fa poco lo spiritoso, Igli. Ho pure la stampa contro, c'è quel Merlo di Repubblica per esempio, quello è un fottuto romanista! Dice che ha un dossier pronto sul mio passato di rapace. Ma giuro che non ho mai fatto sesso con Brunetta, mai! Non possono tarparmi le ali della libertà. Basta volare bassi: dobbiamo riportare gli stormi negli stadi! In Cina hanno fatto le Olimpiadi nel Nido, pensa quanto siamo indietro. Mi tocca trasmigrare!
- Dai non fare così, è solo una partita! Non c'è nemmeno Totti!
- Anche lui per paura che provocasse?
- Più o meno...
- Ooooo insomma! Io ci sarò, a costo di lasciarci le penne! Non potete ingabbiarmi! Dovrete spararmi! Volareeee Ooooo.... Lazioooooo....
BANG
- Pronto, presidente? Sono Igli, l'aquila è scappata. No, non è un codice... Ce l'ha ancora il numero di quella gazza ladra? Era laziale, no?


PiC

sabato 30 ottobre 2010

TOTTI E IL CONTRARIO DI TOTTI

L'avevamo lasciato alla rincorsa di Balotelli. Aho, vie' qua, ndo vai vie' qua. Un calcione diretto, con la faccia incattivita dalla frustrazione. Altro che quel bonaccione che riempie la tv di spot sorridenti. Lo ritroviamo in preda ad una crisi isterica. Espulso (salterà il derby) dopo uno sgambetto di Olivera e la sua (ovvia?) reazione. Placcato dai bodyguard, perché non vada a farsi giustizia da solo. Onta su onta, scene da Pupone: Totti Francesco, anni 34. Il giorno dopo la faida con Balotelli Totti continuò a  picchiar duro, sul suo sito personale a penna tesa, se così si può dire. Autoindulgente e sfocato, con il luogo comune estratto di buon grado per parlare direttamente al suo "popolo". Balotelli provoca e quindi se lo merita. Una cosa tipo "ha cominciato lui", beghe da silo nido. Aspettiamo con ansia (ma anche no) che il Corriere dello Sport pubblichi domani o lunedì una sua lettera autografa, direttamente dal carrello dei bolliti. Per dirci qualcosa di nuovo, magari. Qualcosa che la sua carriera non abbia già reso noto. Una carriera a vampate. Ricordiamo insieme, vi va?
Totti ha il curriculum di un re che non riesce a reggere la sua corona. E' - anche - quello delle maglie cattive, dei gesti irridenti, delle scarpe strette e delle polemiche roventi. Tutto e il contrario di Totti. Magie, gloria, ma anche bizzarrie fuori programma. Fu lui, per esempio, ad essere la pietra dello scandalo, antesignano delle maglie maliziose, cacciando fuori la scritta "vi ho purgato ancora" l'11 aprile 1999 nel derby di Roma. Che, con accenti un po' pecorecci, era un modo per dire ai laziali: vi ho fatto ancora gol. Quella maglia, quella frase a Roma è ancora oggi un monumento alla romanità. Ma la cosa non piacque all'International Board, che da quella "prima pietra" costruì il divieto di maglie e scritte sottopancia. Poi le gesta sportive. Prima il "cucchiaio" (primo della stirpe tottiana) irridente e geniale a Van der Sar nella semifinale dell'Europeo a Belgiolanda. Poi al momento della consacrazione, 2 anni dopo, il Mondiale incriminato in Corea: mai decisivo, espulso nella partita della beffa coreana da Byron Moreno per simulazione e doppio giallo. E investito dalle polemiche "affettive" e di ingerenza della dolce Ilary nel ritiro azzurro. Totti, ormai maturo e scudettato, nella Roma smette di dosso le maglie cattive ma non il vizietto della provocazione. Roma-Juventus 8 febbraio 2004: la Roma vince, stravince, 4-0. Totti alla fine fa il marameo a Tudor: "4, zitti e a casa". La telecamera lo immortala, e per una volta verba manent: a Roma nascono migliaia di maglie con il graffito di Totti e la frase dell'umiliazione bianconera. Rieccolo ora con quella faccia cattiva, roba da pubblicità regresso. Dopo lo sputo a Poulsen disse di non rivedersi in quel fotogramma (e noi invece ce lo rivediamo eccome), che non aveva coscienza di averlo fatto. Mister Totti e Dottor Pupone. Totti e il contrario di Totti. Le scuse stanno a zero, France'. Una volta di più.
PiC

martedì 26 ottobre 2010

PICCOLO PRINCIPE, MILITO IGNOTO PER IL PALLONE D'ORO


Questa e' una parabola mal sintonizzata. Cade a picco su una favola in testacoda: la storiella del Milito Ignoto. 
C'era una volta un Principe (ner)azzurro, comincia cosi'. Cominciano tutte così. Solo che questo Principe esiste e fa(ceva) le magie per davvero: tanto che in una sola stagione di Inter diventa Re. Semplicemente fa 30 gol in 52 partite, il vice-capocannoniere del campionato, segna nella partita-scudetto, nella finale di Coppa Italia, e fa una doppietta nella finale di Champions League. Una roba molto vicina alla perfezione, insomma. 
Re Diego Milito. 
Parte per il Mondiale con la corona sotto al braccio e una candidatura al Pallone d'Oro. Da quest'anno poi France Football e Fifa si son Messi d'accordo: premio unico. Figurarsi, e' gia' suo. Basta che imponga il tocco, in una stagione cosi'. E invece Diego abbatte Diego: Diego Armando Maradona decide che il centravanti dell'Argentina piu' forte degli ultimi 20 anni sara' Higuain, e lui, Re Milito, finisce detronizzato. L'Argentina e' eliminata, e in arrampicata al Pallone d'Oro ci va il suo compagno Snejder, in finale con l'Olanda.
Milito se ne torna nel suo regno, a Milano. Lui, o forse il suo avatar sfigato. Perche' il Re in un attimo diventa il piccolo Principe. Cioe' una punta spuntata: un inferno di partite senza gol, abulia assoluta, sostituzioni. Di piu': in questo buco nero riesce ad infilarci l'imponderabile. Sbaglia un rigore nella finale di Supercoppa italiana, e in Champions segna, ma nella sua porta. Siamo alla candid camera: l'autogol in favore di telecamere nemmeno tanto nascoste. E' uno scherzo, eh? Bravi, bravi tutti... No, è una favola che s'arruginisce in realtà. 
"E' un periodo cosi' - dice a testa bassa - va tutto male. Sono molto 'amarejato'...". Un periodo infinito. Segna due gol al Bari, e poi scompare. Si fa male in Italia. Si fa ancora più male in Nazionale. Fuori, out, desaparecido mentre Eto'o impazzisce di gol al suo posto. 
Oggi la Fifa e France Football hanno reso noto l'elenco dei 23 aspiranti al Pallone d'Oro. Ci sono ben 4 interisti, Wesley Sneijder (of course), Samuel Eto'o, Julio Cesar (nel peggior anno della sua carriera) e Maicon. Poi leggi il resto: Ronaldo e Messi, va bene. C'è la pattuglia degli spagnoli campioni del Mondo. Uh, guarda c'è Asamoah Gyan, sì quello del Modena. E Daniel Alves. Chi? Daniel Alves. Alla terza rilettura ti viene il dubbio: ma vuoi vedere che per davvero tra i migliori 23 dell'anno non ci hanno messo Milito? Alla settima scorsa con lente d'ingrandimento (hai visto mai che hanno usato un corpo minuscolo), il dubbio diventa un legittimo sospetto. E poi una certezza. No, Re Diego Milito, ex Principe ner(azzurro), per questi qui, è un perfetto sconosciuto. 
Eccola la parabola, basta unire i puntini: da Principe a Re, a Piccolo Principe, a Milito Ignoto.


PiC

MA CHE GOL E'?

Cade, inciampa, s'arrotola, rimbalza. Pare Ciobin. Si trova il pallone sotto al corpo, nell'area piccola, steso a terra. Con Abbiati (un portiere fascista di 1,90) in piedi davanti a lui. E che fa, Lavezzi? Pallonetto! Che la matematica mi aiuti: come si descrive una parabola del genere? Con una parabola forse... Il mio amico Bruno Marra, sul sito del Napoli, L'ha fatto così: Lavezzi ha fatto un gol che sarà la copertina degli high-lights del campionato dell'intera stagione, un cucchiaio che sembra più un intero servizio di argenteria.  
Ma vabbè, cioé, guardate qua!


Sì, il Napoli ha perso. E allora?
PiC

venerdì 22 ottobre 2010

CHI, CIRO? NOOOOO

La Juve l'aveva arrotolato nel suo cappottino grigio da dignitoso aziendalista, e scalciato via come si fa con un vecchio tappeto. Scrollata via la polvere, la Figc s'è accollata il caso umano: Ciro Ferrara, il giovane allenatore più vecchio che c'è è ufficialmente il nuovo ct dell'Under 21. In bianconero s'era consumato la carriera in un anno e mezzo, record europeo indoor. Rottamato Ranieri, volevano farne il Guardiola italiano, pensa te.
L'idea quindi è un lampo di genio: diamogli una vera "cantera", l'asilo pallonaro azzurro, e vediamo cosa riesce a fare. Di più, avranno pensato: per toglierci dal fosso, chiamiamo uno che nel fosso c'è già da un anno e più. E poi Ferrara è stato pur sempre il vice-Lippi al Mondiale 2006. Oggi magari quel mentore altisonante invoca scongiuri, ma tant'è: Casiraghi a casa, ora tocca a Ciruzzo. Posa il budino e torna in panchina, và.
E comunque sì, lo ammetto: sto post l'ho scritto solo perché mi piaceva il titolo...
PiC